King Krule, Man Alive!

(recensione): King Krule -Man Alive! (True Panther Sounds, 2020)

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E’ arrivato questa settimana anche l’album n°3 di Archy Marshall, ovvero King Krule, musicista londinese al quale dobbiamo ascrivere la paternità di un sound insolito e originale, che mescola, in modo estremamente inconvenzionale, sonorità jazz, post punk e fusion, pennellandole di venature dark e hip hop.

Il nuovo lavoro giunge in un periodo piuttosto felice della vita di Marshall:  il giovane artista inglese è infatti reduce dall’indiscusso successo ottenuto con l’album The Ooz, e, in un contesto più privato, è da breve diventato padre.

Era quindi prevedibile che le nuove composizioni riflettessero questa raggiunta stabilità, portando leggerezza e luce nell’universo cupo abitualmente descritto da Archy. L’esito è spiazzante e a tratti disturbante, per le evidenti contraddizioni che questo mélange implica. Musicalmente sono presenti tutti i tratti tipici dell’universo creativo di Marshall: a partire da un groove vorticoso e cupo su cui si innestano riff di slide guitar. Il tutto sottolineato da venature jazz  e dal flow, alternato al fraseggio, inconfondibilmente firmato King Krule, a tratti paranoico e ossessivo,  ma sempre angosciato e angosciante.

Il titolo Man Alive! come specificato dal suo autore è un’esclamazione che fa riferimento alla società contemporanea:  potremmo tradurlo con “Per tutti i diavoli, amico“, da leggersi con un’intonazione volutamente tridimensionale, come fossimo sul set del Batman anni ’60 di Adam West.  

Ma procediamo con ordine e veniamo ai quattordici titoli inseriti nell’album.

E’ Cellular ad aprire le danze.  Un pezzo dall’andamento ripetitivo e metallico nel quale fanno capolino improvvise incursioni jazz, assicurate dal saxofono di Ignacio Salvadores.

Ossessiva e disturbante anche la seconda traccia Supermarché, nelle intenzioni una violenta invettiva contro la propaganda e il lavaggio di cervello che tutti noi subiamo, nostro malgrado, giorno dopo giorno. Sonorità cupe e ripetitive si risolvono in impreviste variazioni di registro, sulle quali, tagliante come una lama, si innesta la voce di Marshall.

Volece e dalle cadenze punk, Comet Face è certamente fra  gli episodi più riusciti dell’album: a metà strada fra incubo metropolitano e videnda autobiografica, si risolve in un vigoroso colpo di spugna su quanto accaduto in passato.

Woke up, Peckham Rye at half five
Boy on the ground with his pants down
What happened to him in his past life?
What happened to him in his park side?
Roads were busy, buses passed by
I wonder who saw me, I was the last guy
Think it was Willem
He said I was headed in through the poolside
I hustled the cold keys ‘til 5AM
But all I got was swept aside
Like the pesticide in your vegetables
It sounds like

Sono pezzi dalle venature decisamente jazzate Perfecto Miresable e Underclass. Nel primo caso si tratta di una ballata romantica, originariamente disvelata lo scorso mese di novembre come colonna sonora di un cortometraggio, dal titolo Hey World! diretto da Charlotte Patmore, compagna di King Krule e che vede quest’ultimo protagonista.

‘Cause you’re my everything, I have no words
And you’re the only thing that makes life worth
Thought I had everything, but it’s not worth
Thought I had everything

canta Marshall, in una sorta di dichiarazione di amore che sfiora la devozione ossessiva.

Splendida, Underclass, è probabilmente l’episodio migliore del disco. Anche qui siamo in presenza di una dichiarazione d’amore  che cela la faccia nascosta di una scialuppa di salvataggio.

Under the underclass
Deep in society’s hole
That’s where I saw you, love
And we’re beneath it all
I had this feeling I was coming back
But little did I know
But little did I know
I had this feeling
The numb, it gonna spread through me, girl
Let the fire grow cold
And prepare that bed for me, yeah
I’m under your control

In un finale che probabilmente è la sequenza più riuscita del disco, chiudono l’album Energy Fleets e Please Complete Three, entrambe a metà strada fra salvezza e perdizione, vita passata e futura, disperazione e redenzione.

E non a caso, la frase che chiude la traccia e l’album è proprio “Please Complete Me, Girl“. Un disco insolito ed estremamente difficile da valutare, specie ad un primissimo ascolto, ma con molti elementi positivi, a dispetto di certe debolezze, e che merita in ogni caso una notazione positiva.

7,2/10

 

 

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