Isobell Campbell, There is no other...

(recensione) : Isobel Campbell – There is no other…(Cooking Vinyl, 2020)

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Musicista raffinata ed elegante, dotata di grande sensibilità e di una voce bella ed eterea, Isobel Campbell è protagonista di un’avventura musicale tanto ricca quanto complicata.

Per sei anni vocalist e violoncellista dei conterranei Belle & Sebastian e, successivamente, impegnata in feconde collaborazioni con Mark Lanegan (con il quale ha inciso ben tre album) e il jazzista Bill Wells, la scozzese non è mai veramente riuscita ad affermare il proprio talento in veste solista. Non stupisce pertanto che ci sia uno iato di ben quattordici anni fra i suoi ultimi due album, periodo allungato da spiacevoli vicissitudini legali che hanno portato a un ulteriore ritardo nella pubblicazione di There is No Other…,sesta prova in stugio di Isobel, disco che ha, infine, visto la luce lo scorso 7 febbraio.

L’universo musicale della Campbell è esteso e variato: se le sonorità prodominanti sono indiepop, cui si aggiungono delicate venature indiefolk e chamberpop, non sono tuttavia assenti inattese incursioni jazz, blues o psichedeliche, che sono state certamente utili in occasioni delle citate collaborazioni.

There is no other…, diciamolo subito, è un disco di una folgorante bellezza. Dominate da magnifici riff di chitarra acustica ad accompagnare il ben noto fraseggio di Isobel, le tredici tracce che lo compongono sono attraversate da cadenze pop d’antan, che ci guidano in una sorta di viaggio a ritroso nel tempo.

Tocca a City of Angels, brano in apertura, dedicato a Los Angeles, città di elezione della scozzese, il compito di introdurci nelle atmosfere anni sessanta tipiche di certo pop psichedelico che proprio in California affonda le proprie radici.

City of Angels
Peacocks by a fountain
New days and new ways
Meet me at the mountain

You’re always saying
You’d change it if you could
No sense in delaying
Stop now, magnify good

canta Isobel, riconoscente, su una trama musicale costruita sul dialogo fra archi e chitarra.

Segue la splendida cover di Runnin’ Down a Dream, brano originariamente inciso da Tom Petty and The Heartbrakers, in una versione decisamente meno rock e più rallentata, con i sintetizzatori al posto delle chitarre, ingentilita dalla voce eterea di Isobel. Il risultato è spiazzante, ma gradevole.

Con le sue movenze orientaleggianti e vagamente bohemien The National Bird of India è uno dei momenti più affascinanti del disco, tutto giocato sul dialogo fra basso e percussioni. Non è da meno la sognante See Your Face Again, resa anche più ipnotica dalla costante ripetizione delle tre parole del titolo per tutta la durata del brano con la voce sottolineata da riverberi.

Movenze blues abitano Hey World e The Heart of It All, i cui inattesi cori gospel fanno da controcanto alla voce delicata di Isobel.

Chiudono splendidamente l’album l’autobiografica Counting Fireflies e Below Zero, una specie di filastrocca triste dalle movenze anni sessanta, tutta costruita attorno a riff di chitarra e archi e, sullo sfondo, la bella voce di Isobel.

I know, you know
We know, it is so
Adios to palm trees
Hello snow

udiamo in apertura.

In attesa di ascoltare le tracce dal vivo, ci limitiamo a dire: bentornata Isobel !

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8,3/10

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