Tame Impala - The Slow Rush

(recensione): Tame Impala – The Slow Rush (Interscope, 2020)

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Quarto capitolo della discografia dei Tame Impala, The Slow Rush è allo stesso momento un elemento di continuità e di rottura nel percorso creativo della band.

Sono ormai lontani i tempi di Innerspeaker e di Lonerism, album che ci avevano fatto conoscere Kevin Parker e soci. Lontane anche le atmosfere squisitamente indie e psichedeliche degli esordi. Gli australiani, d’altra parte, hanno conosciuto un successo planetario e forti di prestigiose e fortunate collaborazioni con personalità di primo piano dello show business losangelino (città dove Parker peraltro passa gran parte del proprio tempo, dividendosi fra la natia Australia e la California) – su tutte ricordiamo quelle con Kali Uchis, Pond, Travis Scott e Daft Punk – si sono ritrovati in una dimensione mainstream con la quale è stato indubbiamente necessario fare i conti.

La tendenza, inaugurata con Currents, è stata ripresa e amplificata in The Slow Rush: lo psych pop è sempre presente in filigrana, ma è stato rivisitato in modo da includere ampie venature disco, qua e là intrecciate a nuances r’n’b allegerite da cadenze surf rock che ben si addicono alla città degli angeli.

La penna di Kevin, sempre piuttosto malinconica e introspettiva, si conferma uno dei punti di forza della band e conferisce alle dodici tracce incluse nell’album uno spessore non del tutto inatteso per gli estimatori degli australiani.

Ma veniamo alle canzoni.

E’ One More Year il brano in apertura. Traccia autobiografica che rievoca le nozze di Parker con la fidanzata Sophie, celebrate nel 2019, ha una trama musicale insolita a metà strada fra r’n’b, disco ed elettronica.

Do you remember we were standing here a year ago?
Our minds were racing and time went slow
If there was trouble in the world, we didn’t know
If we had a care, it didn’t show
But now I worry our horizon’s been nothing new
‘Cause I get this feeling and maybe you get it too
We’re on a rollercoaster stuck on its loop-de-loop
‘Cause what we did, one day, on a whim
Has slowly become all we do

canta Kevin.

Magnifica, Posthumous Forgiveness, terzo singolo estratto dall’album, è anche uno dei momenti migliori del disco, con il suo dialogo fra basso e sintetizzatori, in una sorta di continuità stilistica con i primi album della band.

Primo singolo pubblicato lo scorso aprile, Borderline ha conosciuto una imponente rivisitazione nei mesi scorsi, cosicchè la versione inserita nell’album risulta arricchita di una ritmica ben più marcata e di tappeti di sintetizzatori tali da rendere il brano quasi irriconoscibile.

Here I go
Quite a show for a loner in L.A.
I wonder how I managed to end up in this place
Where I couldn’t get away

recita il ritornello di un brano dal sapore decisamente autobiografico.

Le tracce restanti oscillano fra le cadenze pop anni 80 e 90 e sonorità disco anni 70, in una sorta di puzzle di stili sapientemente ricomposto da Parker. A rendere l’operazione decisamente riuscita, la qualità degli arrangiamenti che conferiscono una patina glam al lavoro. E’ il caso Lost in Yesterday, che è anche un video dall’ambientazione d’antan.

Per concludere non possiamo esimerci dal segnalare almeno altre due tracce; ovvero Tomorrow’s Dust introdotta da riff di chitarra che paiono rubati ai Radiohead che si intersecano a una trama musicale psych rock dominata da tastiere e sintetizzatori a fare da sfondo alla voce di Parker. E infine, in chiusura, una strordinaria One More Hour, brano dal testo folgorante, introdotto da un piano minimalista a sfumare su un turbinio di chitarre, batteria e sintetizzatori.

Just a moment
Right before all the singing ends
Wasn’t brave enough to tell you
That there ain’t gonna be another chance
It’s not gone until (All that I have)
And everything’s still (One more hour)
Minutes erasing, whatever I’ve done
I did it for love (All that I have)
I did it for fun (One more hour)

canta Kevin in quella che suona un poco come una confessione.

Un disco che, malgrado gli alti e bassi, conferma il valore di una band sempre sulla cresta dell’onda.

7,7/10
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