Bill Fay, Countless Branches

(recensione): Bill Fay – Countless Branches (Dead Oceans, 2020)

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Nato a Londra nei primi anni ’40, Bill Fay ha al suo attivo una carriera pluridecennale. Possiamo quindi definire questa sua ultima fase creativa come una seconda giovinezza, o rinascita, favorita, senza dubbio, dal provvidenziale intervento di musicisti da sempre estimatori del lavoro del britannico. Fra i tanti a cui dobbiamo questo fortunato ritorno, un posto di primo piano è occupato dal Wilco Jeff Tweedy. 

Pianista e compositore di classe, Fay, nella prima parte della sua vita artistica si era, infatti, tenuto in penombra, malgrado la ricchezza di una produzione che, anche lontano dalle luci della ribalta, non è mai veramente venuta meno.

E’ alla luce di queste premesse che arriviamo ai nostri giorni:  dopo uno iato di circa trenta anni assistiamo a una vera riscoperta delle produzioni passate di Bill. Gli anni 10 del 21° secolo registrano la pubblicazione di due album in studio nuovi di zecca a cui segue in questo primo scorcio di 2020, la data alle stampe del suo ultimissimo lavoro, Countless Branches.

Diciamolo subito: Countless Branches è un album maturo, bello e dolente, dominato dalle note struggenti e delicate note del pianoforte suonato da Fay, alle quali si aggiungono lucidi e folgoranti testi, dal sapore autobiografico, venati di intensa poesia.

A metà strada fra rock e folk, le sonorità elaborate da Bill sono raffinate ed eleganti, sublimate dalla sua voce grave, immediatamente riconoscibile ed è probabile che la produzione dell’americano Joshua Henry sia all’origine delle incursioni alternative country che abitano i dieci titoli inclusi nel disco ai quali, in edizione deluxe, si aggiungono ben sette bonus tracks.

Sincera e malinconica In Human Hands, traccia introduttiva, ha una trama minimalista tutta giocata sul dialogo fra voce e pianoforte. Un brano dal sapore interlocutorio che ci immerge da subito nelle atmosfere rarefatte di un album che possiamo definire pacificato, senza, per questo essere in presenza di una resa delle armi. Al contrario.

I wanna walk in the hills
I wanna feel my heels touch something real
I wanna turn my back on the forces from hell

canta Bill.

Magnifica, la seconda traccia How Long, How Long, con il piano in dialogo con chitarra e archi, apre una sequenza dalla bellezza folgorante, completata da Your Little Face e da Salt of The Earth. How Long, How Long e Your Little Face saranno riprese in coda all’album in una nuova versione orchestrale (una band version, ndrl) dall’arrangiamento assai meno minimalista che ci consente di apprezzare il coté  più rock e aggressivo di questo musicista.

Tutta giocata al pianoforte anche Salt of the Earth, secondo singolo estratto dall’album, accompagnato da un videoclip promozionale che mette soprattutto in risalto l’intensa esecuzione di Bill.

Fra i momenti più intensi del disco la sublime Filled with Wonder once again, primo singolo pubblicato lo scorso novembre, perfetto esempio della poetica di Fay, che, da sempre ha il dono di descrivere la leggerezza di istanti rubati al quotidiano venandoli di una profonda spiritualità.

Per chiudere, non possiamo non citare la titletrack Countless Branches  e Love Will Remain, entrambe riarrangiate in versione orchestrale come bonus tracks, intense meditazioni sulla vita e l’amore vero vincolo al di là dei legami famigliari.

Un  disco prezioso da assaporare e godere attimo dopo anno, per un artista che evidentemente non sembra  per nulla il peso degli anni.

8/10

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