Field Music - Making a New World

(recensione): Field Music – Making a New World (Memphis Industries, 2020)

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Band britannica nata dalla volontà dei fratelli Brewis, Peter e David, e che, solo per semplificare, potremmo ascrivere al settore progressive/art rock, i Field Music sono in un periodo di grande creatività artistica e ci hanno abituato alla pubblicazione di nuova musica ad intervalli piuttosto regolari, comunque mai superiori ai due anni.

Cosi’, se il 2016 ci aveva regalato Commontime e il 2018 ci ha offerto Open Here, eccoci a inizio 2020 con il loro ultimo, nuovissimo, album in studio, Making a New World, un concept disc che ha come tema centrale il dopoguerra, o, meglio, il periodo successivo alla fine della primo conflitto mondiale.

Il sound elaborato dai fratelli Brewis è affascinante e insolito. Partendo da una solida base britpop che attinge a piene mani all’eredità dei grandi classici, dai Beatles ai Talking Heads, i Field Music amano tessere trame e melodie che mescolano il funk all’elettronica, la new wave al prog, il tutto rielaborato e declinato in modo originale e contemporaneo.

Il nuovo lavoro non fa eccezione, anzi, si segnala come una delle loro creazioni più riuscite e mature.

Sono diciannove i brani inclusi nell’album che, in realtà supera di poco i 42 minuti, con pezzi dalla durata variabile. A partire dalle due brevissime introduzioni strumentali che fungono da apripista, ovvero Sound Ranging e Silence, entrambe dominate dalle note del pianoforte, in un’alternanza di caos e cosmos, pezzi che ci conducono alla prima traccia cantata, Coffee or Wine.

So this is the end
Can I pack up my troubles now?
And ship them all home? Shoot myself home
For good, good, good, good?
Are you sure it’s the end?
‘Cause not much has changed ‘round here for a while
For as long as I dare to think

recita la strofa introduttiva, una sorta di meditazione sul trauma dei reduci dal fronte nel momento del loro rientro in famiglia. A dispetto del tema complesso, il brano ha un andamento arioso che rievoca in filigrana sonorità alla Talking Heads, come sempre fra i numi tutelari dei fratelli Brewis.

I Talking Heads dialogano con i Beatles: potrebbe essere questa la perfetta didascalia per Best Kept Garden, pezzo dal ritmo nervoso e sincopato, intervallato da repentine e inattese aperure. E’ uno dei momenti migliori del disco, cosi’ come la beatlsiana Between Nations, che arriva dopo un nuovo bridge solo stumentale.

Languida e sospesa fra sonorità occidentali e cadenze orientali la splendida A Change of Heir, malinconica riflessione sul potere e gli inevitabili cambiamenti associati a una sconfitta.

I wrote my book
I changed my name
I was told I was next in line
A change of air, a change of air
A change of heir, a change of heir

So I packed up and left for the hills
Away from the fame
A change of air, a change of air
A change of heir, a change of heir

Altri passaggi, decisamente sperimentali e avanguardisti, sono probabilmente di più difficile ricezione, ma in fin dei conti, paiono funzionali all’economia del disco, del quale sottolineano i passaggi più intensi, mettendo in luce la volontà della band di cimentarsi in strade non ancora battute. E’ il caso, per esempio della suite A Common Language Pt 1 e A Common Language Pt 2, che ci guida fra trame elettroniche e sintetiche fino all’altra suite Nikon Pt 1 e Nikon Pt 2, un altro dei capitoli più riusciti, con una prima parte ipnotica e orientaleggiante, e una seconda dal sapore pop anni 60.

Da segnalare infine la cupa e solenne If the Wind Blows Towards the Hospital a fare da controcanto alla velocissima e ritmata Only in a Man’s World, primo singolo estratto dal disco.

Un lavoro interessante e riuscito, per una band in continua crescita.

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7,4/10

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