Algiers - There Is No Year

(recensione): Algiers – There Is No Year (Matador – 2020)

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Nati e cresciuti artisticamente ad Atlanta, gli Algiers muovono i primi passi come band a Londra nel 2012. E’ nel Regno Unito, infatti, che viene pubblicato il loro primissimo singolo Blood. Il quartetto, che vede fra le proprie fila il polistrumentista e vocalist Franklin James Fisher, Ryan Mahan, Lee Tesche, e l’ex Bloc Party Matt Tong, ha un progetto ambizioso, facilmente intuibile a partire dal nome scelto, Algiers, che rievoca da subito antiche battaglie anti-colonialiste. E non meno ambiziosa è la musica proposta, un affascinante mélange di sonorità post-punk, venate di blues, soul e intensi accenti gospel.

Tre gli album che hanno finora visto la luce: un disco eponimo nel 2015, che ha segnato il loro brillante debutto, un secondo capitolo The Underside of Power nel 2017, che ha confermato le indubbie potenzionalità della band. E’ stato pubblicato, invece, lo scorso 17 gennaio There Is No Year, il loro nuovissimo lavoro, atteso con una certa impazienza tanto dalla critica che dai fans, entrambi curiosi di scoprire quale direzione la band avesse intenzione di dare alla propria carriera.

There Is No Year, una raccolta di undici titoli per una durata complessiva di un po’ meno di quaranta minuti, è un disco importante e maturo. Se, da un lato, non si allontana dalle radici techno-gospel delle origini, dall’altro, approfondisce e porta al culmine alcuni degli elementi più singolari del sound elaborato dagli americani, che in questa circostanza ci regalano indiavolati riff di chitarra e attacchi punk rock al fulmicotone, il tutto venato di struggenti nuances soul e gospel.

E’ la titletrack ad aprire le danze: un brano ritmatissimo e teso come la corda di un violino, che ci offre da subito la chiave di lettura necessaria per metterci all’ascolto dei brani che seguiranno.

Now it’s two minutes to midnight
And they’re building houses of cards
It will spiral out until the day we all fall

While the enemy’s all around us
And it slowly tears us apart
It will spiral out until the day we all fall
We’re getting ready for the sound

recitano le strofe in apertura, una sorta di affermazione di intenti per questi tempi bui, con la musica che diviene àncora di salvezza.

Allo stesso tempo cupa e struggente, con una melodia ridotta all’essenziale, Dispossession, secondo brano in scaletta, è probabilemente uno dei momenti migliori del disco.

Run around, run away from your America
While it burns in the streets
I been here standing on top of the mountain
Shouting down what I see, mmh
Seen the pig with the pop out of confusion
That he tried to release
Seen the sun coming over the horizon
Straight across from the east

canta, magnificamente Franklin James Fisher, sullo sfondo di una melodia cadenzata dalla batteria di Matt Tong.

Splendida anche la sequenza che segue, a partire dalla cupa Hour of the Furnaces, dalle cadenze vagamente new wave, fino ad arrivare alla struggente e ipnotica Losing is Ours.

Ritroviamo ritmi più vorticosi altrove: a partire da We Can’t Be Found, brano che offre a Fisher l’opportunità di fare bello sfoggio del proprio fraseggio tanto intenso quanto duttile.

Void, il pezzo che chiude il disco è probabilmente il più scatenato: un brano velocissimo a conferma dell’eclettismo della band che non ha paura di lanciarsi in sperimentazioni e di confrontarsi con stili anche antiteteci. Proprio questa è forse la sola debolezza di un album che eccelle soprattutto nella parte centrale.

Nel complesso un lavoro che merita una buonissima notazione.

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7,7/10

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