alexandra savior, the archer

(recensione): Alexandra Savior – The Archer (30th Century Records, 2020)

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Americana nata nel 1995 a Portland nell’ Oregon, Alexandra Savior, fino ad oggi, doveva la propria notorietà alla pubblicazione di un primo disco, Belladonna of Sadness, album del suo eclatante debutto, per il quale si era avvalsa nientemeno che della collaborazione dell’Arctic Monkeys Alex Turner. 

L’universo descritto da Alexandra è intimamente a stelle e strisce, venato di sfumature teatrali a metà strada fra  gli splendori della città degli angeli e lunghe cavalcate nell’entroterra più polveroso. Non si sottraeva a questo paradigma, evidentemente, Belladonna of Sadness, ma fresca di una nuova casa discografica, e con una produzione nuova di zecca, garantita da Sam Cohen, già noto per quanto realizzato con Kevin Morby, è con The Archer, pubblicato solo da qualche giorno,  che la Savior ha potuto veramente rispolverare vecchi temi e avventurarsi in nuovi sentieri, confezionando un lavoro bello e coerente.

Sono ben quattro i singoli che hanno anticipato il nuovo disco. Primo in ordine di pubblicazione, Crying all the Time, una traccia languida e sensuale dominata da un’atmosfera pervasa di malinconia, a sottolineare con decisione il minimo comune denominatore dei dieci brani inclusi in The Archer.

La canzone, scritta nel gennaio del 2018, a pochi giorni di distanza dal brutale allontanamento dalla Columbia Records che l’aveva messa alla porta senza tanti complimenti, rispecchia il senso di incertezza e il pessimismo di quel periodo, aggiungendoci tuttavia una nota glam che è la cifra stilistica di gran parte del miglior cantautorato americano declinato al femminile.

My death, it haunts him like a ship
Without a sail
I know I’ll be gone soon
But just for him, I will prevail

recita la strofa introduttiva mentre il video ci fa attravarsare una Las Vegas scintillante e solitaria in una lunga corsa notturna.

E’ Saving Grace il secondo singolo estratto dall’album.  La notte cede il posto alle luci del giorno, ma lo scenario resta una Las Vegas colorata e solitaria, fra la polvere del deserto e la straniante isolamento di cappelle disertate e stanze di motel abbandonati. 

Saving grace
Come here to take you from me again
She’d never say a thing
That she don’t mean again

canta Alexandra in abito da sposa, sullo sfondo di una melodia venata di sonorità psichedeliche mescolate a ritmi che – evidentemente – rievocano in filigrana Lana del Rey o i più recenti lavori del primo mentore della Savior, ovvero quell‘Alex Turner che riemerge in superificie fra un riff di chitarra e le note jazzate del pianoforte.

Magnifico il terzo singolo estratto dal disco, ovvero la titletrack The Archer, uno dei brani più belli e con il testo più riuscito, agrodolce dichiarazione d’amore, dichiaratamente autobiografica.

Don’t need to tell you but your arrow’s made of stars
And the shot that you’ve made punched it straight into my heart
It’s a little ignorant but everybody’s saying that forever is the place
where you and I were made

Un altro episodio decisamente riuscito, Howl, è l’ultima traccia disvelata prima della pubblicazione dell’album ed è la perfetta cartina di tornasole che ci consente di leggere al meglio questo disco che apre meravigliosamente il nuovo decennio.

Su tutto domina, splendida, la voce sognante e intensa di Alexandra, strumento fra gli strumenti, in grado di condurci in un viaggio sospeso fra sogno e realtà, sullo sfondo di una west coast d’antan.

Fra i brani più belli segnaliamo la sequenza che chiude l’album, The Phantom, Bad Desease ma soprattutto la romantica e struggente  But You.

Speak soft, speak sly now, honey
It feels a little empty in the night now, honey
Drift back, drift right down on me
I know that you can feel it
‘Cause nobody else can heal it but you

 

Un disco da ascoltare tutto d’un fiato.

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8,5/10

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