Duster - Duster

(recensione): Duster – Duster (Mudd Gusts, 2019)

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La pubblicazione della raccolta Capsule Losing Contact, un’antologia pressoché definitiva del meglio della discografia della band, aveva convinto la quasi totalità di critica e pubblico che i Duster avessero esploso tutte le proprie cartuccie e che difficimemente ci avrebbero regalato della musica nuova. La previsione, invece, si è rivelata errata e a fine 2019 è arrivato un nuovo, attesissimo disco. Un album eponimo, a 19 anni esatti di distanza dall’ultimo lavoro di Clay Parton e soci: a dispetto del tempo trascorso, le aspettative non sono state deluse e le nuove canzoni (12 titoli per una durata complessiva di 45 minuti) si lasciano ascoltare con interesse a conferma del talento, evidentemente mai venuto meno, degli americani, icone indiscusse di quella che, per semplificare, possiamo definire corrente slowcore.

I brani, composti e registrati in contemporanea alla realizzazione del set box, dato alle stampe lo scorso mese di marzo, si segnalano, da un lato, per l’assoluta coerenza che conservano con lo stile della band – che con Duster riprende e rielabora le cadenze sognanti e ipnotiche che da sempre costituiscono il suo marchio di fabbrica – dall’altro, introducono elementi nuovi e inattesi, a conferma del fatto che il trio non ha avuto alcun timore ad avventurarsi su sentieri inesplorati.

Ma andiamo con ordine. E’ Copernicus Crater con le sue venature stranianti e apocalittiche ad aprire le danze, introducendoci in un universo distopico e monocorde, amplificato dal ritmo costante e invariato della melodia.

Just drifting in darkness
But I don’t want the shore
‘Cause I’ve been there before

Come to me like a ghost
Whispering, “I don’t know”

recita la seconda strofa.

Riff di chitarre distorte e venature noise dominano il secondo brano in scaletta, I’m Lost, ma ritornano un po’ in quasi tutti i pezzi, a enfatizzare quello che è il fil rouge di questo nuovo lavoro, in cui le usuali nuances lo-fi viaggiano in tandem con un sound complesso e ricercato, nel quale trionfano elementi fuzz e sonorità sporche.

Magnifiche, Chocolate and Mint e Lomo sono forse i due momenti più riusciti dell’album, con la loro cadenza malinconica e il ritmo rallentato quasi a voler creare un’oasi pacificata fra le tempeste di suono che precedono e seguono.

E il caso della vorticosa e solo strumentale Damaged, pezzo che ci guida fino alla languida e malinconica  Letting Go, secondo singolo estratto dall’album.

Let it come get the best of us
Letting go ‘cause it takes too much
Until they can’t take us anymore
Tumble down and all broken up
I remember how it was once
But memories aren’t doing any good

canta Clay Parton, raccontandoci di un amore ormai agli sgoccioli.

Altri momenti interessanti arrivano con Holy Paranoia, con il suo ritmo ineguale, sottineato dal dialogo di chitarra e batteria, accentuato da pesanti e riverberi, o, ancora di più con Ghoulish, che ci fa piombare in un universo decisamente shoegaze nel quale il lead singer della band pare perfettamente a proprio agio.

Chiudono il disco Ghost World e The Thirteen, con un andamento sognante accresciuto da testi a metà strada fra reale e immaginario, a suggello di un lavoro interessante e decisamente riuscito.

Sunsets in the summertime
All the times I spilled the wine
It’s thirteen

The simple things are haunting me
All the steps are incomplete
The thirteen

7,7/10

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