(recensione): Leonard Cohen – Thanks for the Dance (Columbia Records, 2019)

Leonard Cohen- Thanks for the Dance

Ci aveva già lasciato in eredità il magnifico I want it darker Leonard Cohen, che aveva pubblicato poco prima della sua morte, avvenuta nel novembre del 2016, l’ultimo capitolo di una discografia lunga e ricchissima.

I want it darker, come simmetricamente già avvenuto nel caso di Blackstar, ultimo lavoro del duca bianco, David Bowie, riassumeva e portava a compimento una carriera pluridecennale e feconda, alla quale aggiungeva un suggello finale cupo e intenso, nel quale aleggia pungente e urgente l’ombra nera della morte imminente.

E’ quindi con immenso piacere e allo stesso tempo con una certa inquietudine che abbiamo appreso qualche mese fa che avremmo avuto un epilogo, un album postumo prodotto e curato da Adam Cohen, il figlio dell’artista canadese, coadiuvato per l’occasione da un parterre di musicisti di tutto rispetto, fra cui ci limitiamo a ricordare il National Bryce Dessner, Beck e Feist, la cui voce ritroviamo nella titletrack.

Puntualmente, lo scorso 22 novembre è arrivato Thanks for the Dance. Grandissima l’emozione provata nell’udire ancora una volta la voce grave e profonda di Leonard impegnato a declamare versi, come di consueto, dalla bellezza folgorante, accresciuta dalla consapevolezza che, in questo caso, la fine stava per bussare alla porta.

Ed è con un pezzo magnifico che si apre l’album. Happens to the Heart, questo il titolo del brano, ci accoglie con una dolente meditazione sulla vita e la morte.

There’s a mist of summer kisses
Where I tried to double-park
The rivalry was vicious
And the women were in charge
It was nothing, it was business
But it left an ugly mark
So I’ve come here to revisit
What happens to the heart

recita tristemente, in apertura, Leonard, per terminare con la constatazione:

Sure it failed my little fire
But it’s bright the dying spark
Go tell the young messiah
What happens to the heart

sullo sfondo di una melodia in cui domina struggente un dialogo di chitarra e pianoforte.

Splendida e ugualmente scandita dalle note della chitarra acustica la titletrack, nella quale fa capolino, come accennato, la voce di Feist. Un valzer dal sapore d’antan, che ci racconta di un amore bello e tormentato che pare avere trovato, quantomeno nel finale, una sorta di equilibrio.

And there’s nothing to do
But to wonder if you
Are as hopeless as me
And as decent
We’re joined in the spirit
Joined at the hip
Joined in the panic
Wondering if
We’ve come to some sort
Of agreement

udiamo nella parte centrale del brano.

Torrida e dalle venature spagnoleggianti la bella ballata The Night of Santiago, con il suo testo decisamente esplicito, ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, dell’indiscutibile talento di Cohen nel tratteggiare con grazia ed eleganza tutte le sfumature dell’amore carnale.

She said she was a maiden
That wasn’t what I heard
For the sake of conversation
I took her at her word
The lights went out behind us
The fireflies undressed
The broken sidewalk ended
I touched her sleeping breasts
They opened to me urgently
Like lilies from the dead
Behind a fine embroidery
Her nipples rose like bread
Then I took off my necktie
And she took off her dress
My belt and pistol set aside
We tore away the rest

recita il brano in apertura.

Rievoca gli orrori dell’Olocausto e le origine ebraiche di Cohen Puppets. Una trama musicale dal ritmo ipnotico e regolare che ci fa viaggiare nel tempo, trasportandoci dalle tragedie dello scorso secolo fino ai nostri giorni, in una riflessione vertiginosa sulla natura umana e le sue debolezze.

German puppets burnt the Jews
Jewish puppets did not choose

Puppet vultures eat the dead
Puppet corpses they are fed

Puppet winds and puppet waves
Puppet sailors in their graves

Puppet flower, puppet stem
Puppet time dismantles them

Puppet me and puppet you
Puppet German, puppet Jew

Puppet presidents command
Puppet troops to burn the land

Completano la collezione di brani inclusi nel disco, The Hills, folgorante meditazione sulla vita e gli anni che passano, lasciandoci un corpo invecchiato, la struggente The Goal e, in chiusura, Listen to the Hummingbirds, pezzo che testimonia del profondo senso religioso del suo autore, la cui opera, da sempre si muove sulla sottile linea di confine che separa sacro e profano.

 

Listen to the butterfly
Whose days but number three
Listen to the butterfly
Don’t listen to me.

Listen to the mind of God
Which doesn’t need to be
Listen to the mind of God
Don’t listen to me.

Un disco bello e sontuoso che si aggiunge senza crepe o sbavature all’immenso lascito artistico di Mr Cohen.

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8,5/10

 

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