(recensione): Beck – Hyperspace (Capitol Records, 2019)

Beck - Hyperspace

Musicista allo stesso tempo sofisticato, elegante e quasi sempre abbondantemente in anticipo sui tempi e la moda del momento, Beck, nel corso della sua ormai quasi ventennale carriera, non ha mai avuto paura di sperimentare e di cimentarsi in nuove avventure musicali.

Cosi, visto che gli esordi indie e alternative, vagamente underground degli esordi, caratterizzati da produzioni complesse e decosamente lo-fi erano già stati spazzati via, in un battibaleno, nel 2017 con la pubblicazione di Colors, suo tredicesimo album in studio, numerosi erano gli interrogativi che accompagnavano l’uscita del suo ultimissimo lavoro, Hyperspace, previsto per lo scorso 22 novembre. A differenza di altri artisti che hanno patito non poco e hanno pagato a caro prezzo, specie a livello creativo, il passaggio dalla confortevole dimensione indie alla ribalta del mainstream, Beck Hansen, questo il nome per esteso del musicista californiano, ha dimostrato di saper gestire al meglio la situazione e Colors, prodotto da Greg Kursten, si era rivelato un piccolo gioiello art pop, raffinato e complesso, sebbene decisamente di più facile ricezione rispetto ai primissimi capitoli della sua ricca discografia.

Hyperspace nasce invece dall’insolita collaborazione di Hansen con Pharrell Williams. Liaison tanto singolare quanto, con il senno di poi, ricca e feconda di risultati.

E’ l’eterea e glaciale Hyperspace ad aprire le danze: una sorta di cavalcata cibernetica che ci trasporta su un tappeto di sintetizzatori in una dimensione futuristica ed ultraterrena. Segue la magnifica Uneventful Days, secondo singolo estratto dall’album, pubblicato lo scorso 17 ottobre, un perfetto mélange di venature elettroniche e movenze rap e r’n’b, nel quale coabitano in splendida armonia le sonorità care a ciascuno dei due autori.

Never-ending days, never-ending nights
Everything I say, I know I can’t get right
It means definitely more to me than life
You might know my name, you don’t know my mind

recita il ritornello e Beck ci offre ulteriore conferma del suo attuale stato di grazia nonchè delle sue sempre convincenti doti di paroliere.

Innumerevoli gli episodi eccellenti che si celano fra le undici tracce scelte per questo disco. A partire dalla stupenda Chemical, un brano sospeso nel tempo, fra sonorità prog rock, incantevoli riff di chitarra e nuances psichedeliche, quasi a creare un ponte fra anni 60 e un futuro ancora lontano. Bella, la voce di Beck che si sposa perfettamente alla trama musicale.

A random thought, a memory
A tidal wave, a melody, I’m on my knees
A sudden change in everything
Don’t know when I was leaving feeling well and free
You find love just a fantasy
Beautiful and ugly as a life can be
And I don’t lose any sleep honestly, whoa-whoa-whoa, whoa-whoa-whoa

recita la seconda strofa.

Ci riporta a sonorità più vicine agli esordi del musicista di Los Angeles Saw Lightning, primo singolo estratto dal disco, un brano che mescola i ritmi indie cari a Beck a venature hip hop, a conferma una volta di più del matrimonio riuscito fra due universi solo in apparenza agli antipodi.

Numerose le guest stars previste sull’album. Il Coldplay Chris Martin fa capolino nella bella Stratosphere, struggente ballata pop dalle atmosfere rarefatte e dalla melodia ariosa, una sorta di cavalcata cosmica e luminosa sottolineata dal dialogo baroccheggiante fra chitarra e tastiere.

E’ la sulfurea Sky Ferreira invece a fare da back up vocale a Beck in Die Waiting, un pezzo nel quale si alternano con eleganza e raffinatezza movenze indiefolk e ritmi hip hop, dando vita a un insolito rap dalle venature country.

Chiudono l’album, a dire il vero felicemente, Star, uno dei pezzi più belli di un disco più che riuscito, traccia dalle nuances funky in cui brilla sublime la voce straordinaria di Beck, e Everlasting Nothing. Ritroviamo proprio in questo brano, il fraseggio caldo e senuale del californiano, che alterna le note gravi e profonde al falsetto in un brano complesso e dal testo decisamente filosofico.

I woke up in a movie
Didn’t know if it was my whole life
When it ended, I laughed before I cried
In the everlasting nothing
And I washed up on the shoreline
Everyone was waiting there for me
Like a standing ovation for the funeral of the sun
In the everlasting nothing

declama Beck.

Uno dei dischi più belli dell’anno, che ritroveremo senza dubbio nel nostro best of.

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9/10

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