(recensione): Pumarosa – Devastation (Fiction, 2019)

Pumarosa, Devastation

A due anni di distanza da un debutto sfolgorante, avvenuto con l’album The Witch, a cui ha fatto seguito una tournée europea che ha toccato anche Parigi (con un memorabile live al Point Ephèmere a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere, ndrl), questa fine 2019 vede anche il gradito ritorno dei Pumarosa, band britannica capitanata dalla brava  Isabel Munoz-Newsome. In questo lasso di tempo è intervenuta anche una malattia, ora superata, che ha colpito proprio la lead singer. Non è quindi sorprendente che questo episodio abbia in qualche modo influenzato la realizzazione di Devastation, questo il titolo dell’opera seconda della band, 11 titoli, per la durata di un po’ più di cinquanta minuti.  A partire dal sound, che messi un poco in disparte chitarra e basso è ora decisamente imbevuto di pesanti trame elettroniche sottolineate da tappeti di sintetizzatori in dialogo con la voce di Isabel, il cui fraseggio risulta sempre perfettamente in sintonia con la melodia. Le sperimentazioni, che non mancavano nel disco del debutto, sono qui portate fino alle estreme conseguenze.

E’ la apocalittica Fall Apart ad aprire le danze. Un brano dalle atmosfere spettrali, accentuate da un uso spregiudicato dei sintetizzatori, nel quale il fraseggio della musicista britannica funge quasi da elemento equilibratore.

I love the mistakes and I love the dull breaks
I love the undulations
And I love the places where we were wasted
Tell me you love me again
Deal me your red cards
Undo your waste now
Under a red sky
I’ll call a moon man

recita la prima strofa.

Non è il solo episodio eccellente del disco. Splendida anche la seconda traccia I see you che si dipana per quasi quattro minuti e si sviluppa in crescendo, fino a esplodere nel ritornello sottolineato dagli immancabili sintetizzatori.

Isabel ama da sempre l’unverso notturno e gli spiriti che abitano l’oltremondo e in quest’ottica una sorta di fil rouge lega The Witch a Devastation. Cio’ risulta evidente soprattutto in alcuni delle tracce più belle di questo magnifico lavoro. Lo percepiamo In Factory, per esempio, che suona come la colonna sonora di una seduta spiritica o in Into the Woods, brano dalle cadenze che rievocano certa musica d’antan e il miglior electropop anni 80.

Fra i momenti migliori ricordiamo in particolare Lost into Her, brano dominato dal fraseggio etereo di Isabel impegnata a declamare le angustie di un amore infelice e struggente.

Ah, I’ve been lied to
I shouldn’t speak cruelty
I took away the flutter in the strobe
Since I hear she’ll no more
Vision of our friends with rock
To flow over
Here ‘til they fall
If this is lost, I’m losing it
And I am all gone

Non meno bella l’irregolare Adam’s song, dalle nuances vagamente jazzate.

Infine, in chiusura, la titletrack, che a dispetto del testo catastrofico, ha un una trama ariosa e luminosa sottolineata e portata all’estremo dalla componente vocale.

Un disco che non ci si stanca di ascoltare.

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8,4/10

 

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