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(live report): Pitchfork Festival Paris 2019 (Grande Halle de la Villette, 1 novembre 2019)

Pitchfork Festival Paris 2019

Appuntamento di rito di fine ottobre da ormai qualche anno, la kermesse musicale organizzata nella ville lumière dalla rivista Pitchfork si è confermata, anche in questa nona edizione, uno dei laboratori musicali più interessanti per gli appassionati di musica alternativa e sperimentale.

Segnalatosi sin dagli esordi come vetrina delle scene elettronica e rap, l’evento era, anche quest’anno, ospitato dal Parc de la Villette, nella suggestiva cornice della Grande Halle. Tantissimi e complessivamente di peso i nomi in scaletta, alcuni dei quali freschi della pubblicazione di alcuni degli album più belli dell’anno e che ritroveremo senza dubbio al momento della compliazione dei best of di fine 2019.

Fedeli cronisti dell’evento sin dagli esordi, anche quest’anno eravamo presenti. Questo il nostro racconto della giornata di sabato, momento clou della tre giorni musicale.

Sabato 1 novembre 2019

Pitchfork Paris 2019
(c) Coeurs & Choeurs

Prima grande novità di questa edizione è stata indubbiamente la logistica rinnovata. I due tradizionali palchi sui quali gli anni passati si alternavano gli artisti sono diventati quattro, con la grande scène e una scena dalle dimensioni ridotte – denominata Nef – ospitati dalla Grande Halle e altri due palchi installati nella Petite Halle.

Il primo concerto al quale assistiamo è quello dei Desire, band elettronica canadese della quale, accanto alla vocalist Megan Louise, fanno parte anche e soprattutto il geniale produttore Johnny Jewel e Nat Walker dei Chromatics, Glass Candy e Simmetry.  L’universo pensato da Jewel è da sempre patinato e inquietante come un lungometraggio lynchano e non a caso proprio la musica del produttore texano è stata scelta in più di un’occasione dal regista americano come colonna sonora delle proprie creazioni. Mentre attendiamo che la band inizi il suo set, sul fondo della scena  sono proiettate immagini dai colori vividi, dominati dai toni del rosso che si alternano  senza soluzione di continuità a fotogrammi da film noir.

II, apparso esattamente dieci anni fa, è il solo album pubblicato dalla band, che si è riproposta nel 2018 con il singolo Tears from Heaven, e, nel corso dei 45 minuti scarsi dell’esibizione, sono proprio i titoli tratti da questo lavoro a essere presentati a un pubblico decisamente entusiasta.  Megan Louise indossa un tubino nero di latex e si rivolge agli astanti in francese, mentre Johnny Jewel è scatenato alle tastiere. Si comincia con Mirroir Mirroir, passando per Don’t call e If I Can’t Hold You, ma il momento clou è lasciato proprio per il finale che prevede una straordinaria versione di Bizarre Love Triangle dei New Order e il brano più conosciuto dei canadesi, ovvero Under Your Spell, pezzo incluso nella OST del film Drive.

Secondo gruppo del quale assistiamo alla performance sono i Primal Scream, mitica band scozzese guidata dal non meno mitico Bobby Gillespie, in attività dal 1982. Nel corso degli anni la band ha attraversato numerose fasi, anticipando e rinnovando continuamente il proprio stile. L’acid rock degli esordi si è fuso e contaminato di volta in volta con il noise, l’elettronica, la psichedelia e lo sheoegaze (il nome di Gillespie è legato a doppio filo a quello di Jesus and Mary Chains e My Bloody Valentine, ndrl) fino ad approdare al synthpop che domina decisamente Chaosmosis, ultimo lavoro della band, apparso nel 2016.

L’esibizione alla quale assistiamo è tuttavia entusiasmente e Gillespie, nel suo elegantissimo completo fuchsia, è in gran forma. E’ Movin’ on Up, singolo estratto dal capolavoro della band Screamadelica, presente anche con Loaded, ad aprire le danze.  Scatenato anche il chitarrista Andrew Innes, i cui straordinari riff di chitarra fanno da eccellente controcanto al fraseggio di Gillespie.

Il set prosegue tra una hit e l’altra, con momenti salutati da vere e proprie ovazioni, in particolare in occasione di Miss Lucifer e Swastika Eyes.

Chiudono la performance Country Girl, brano del 2006 incluso nell’album Riot City Blues e Rocks, tratto da Give Out But Don’t Give Up del 1994, e questo ampio intervallo temporale non è che ulteriore conferma dello stato di ottima salute di una band inossidabile.

Cambio di scena ed ecco che il palco torna nelle mani di Mr. Jewel. Closer to Grey dei Chromatics è, senza tema di smentita, uno dei lavori più interessanti di questo 2019, ulteriore motivo per il quale attendevamo il live con estremo interesse.

Il set pensato come cornice per l’esibizione non si scosta in realtà molto da quello che faceva da sfondo al live dei Desire. Stesse le atmosfere e pressochè intercambiabili le immagini patinate da film noir che a rotazione vengono proiettate sul fondo della scena.

Attesa e acclamata dagli astanti, ovviamente, la bella e biondissima vocalist, Ruth Radelet, fa il suo ingresso in scena con una mise color argento. Closer to Grey è stranamente assente dalla setlist che prevede invece brani tratti dal repertorio più consolidato della band. A partire da Time of The Clock, pezzo del 2007 tratto da Night Drive scelto per aprire il concerto. In rapida successione ecco quindi eseguite una di seguito all’altra tracce storiche come Kill for Love, I Can Never Be Myself When You’re Around, Time Rider e These Streets Will Never Look the Same, che grazie alle cadenze synthwave elaborate da Jewel e Walker, unite alla sofisticata eleganza di Radelet, contribuiscono a rendere palpabile la dimensione atemporale che domina la sala.

Magnifiche senza dubbio Cherry e Into the Black ma il momento più emozionante della serata arriva sulle note delle cover previste per il gran finale. Una sensuale ed elegantissima I’m on fire di Bruce Springsteen e in chiusura la splendida Running up That Hill di Kate Bush.

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Attesissima sulla scena Nef l’esibizione di Weyes Blood. Forte della pubblicazione di uno dei dischi più belli dell’anno, Titanic Rising, di cui abbiamo abuto già modo di tesservi le lodi, Natalie Mering è una musicista elegante e raffinata, dotata di un’incredibile voce. Tailleur bianco di taglio maschile e lunghi capelli neri sciolti, fa il suo ingresso in scena quasi in sordina, ma si guadagna immediatamente il favore dei presenti, che assistono rapiti ad una delle più straordinarie esibizioni  a cui abbia avuto modo di assistere quest’anno.

Grande protagonista l’ultimo album, scelto per aprire le danze con il brano A Lot’s Gonna Change. Da subito siamo immersi nell’atmostera sognante e rarefatta che abita il magnifico disco dell’americana. La magia non si interrompe pressochè mai. Ed ecco, uno di seguito all’altro pezzi come Something to Believe, Everyday e Wild Time che si alternano a tracce più vecchie come Seven Words o Do You Need My Love, con Natalie a fare la spola fra microfono e tastiere e chitarra.

Il momento più emozionante arriva con Andromeda che chiude l’esibizione assieme a Movie.

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Ultimo concerto al quale assistiamo è quello degli scozzesi Belle and Sebastian, paladini indiscussi e amatissimi del rock folk in salsa pop, il cui ultimo lavoro Days of the Bagnold Summer, OST dell’omonimo lungometraggio che vede fra i protagonisti Earl Cave, figlio del più noto Nick, ha ricevuto il plauso di critica e pubblico.

L’esibizione scorre piacevolmente fra brani vecchi e nuovi. E’ la splendida Dog on Wheels dall’EP omonimo del  1997 ad aprire le danze, seguita da Sister Buddha, traccia tratta proprio dall’ultima fatica. Anche il primissimo lavoro Tigermilk del 1996 è rappresentato con She’s Losing It e il set prosegue cosi’ in un piacevole viaggio temporale fra passato e presente.

L’encore prevede due brani: Judy and the Dream of Horses e a chiudere gloriosamente il set e il nostro festival una straordinaria versione di Le pastie de la bourgeoisie.

Belle and Sebastian @Pitchfork Paris 2019
Belle and Sebastian @Pitchfork Paris 2019

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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