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(recensione): Brittany Howard -Jaime (ATO Records, 2019)

Forte del tanto meritato quanto inaspettato successo mainstream ottenuto con la band blues rock Alabama Shakes, Brittany Howard avrebbe potuto adagiarsi sugli allori, godersi i numerosi Grammy conquistati grazie all’album Sound & Color e prepararsi a bissare il risultato con un nuovo lavoro assieme ai compagni di sempre. Invece, a distanza di quattro anni dalla pubblicazione del secondo disco in studio del gruppo, formatosi nel 2009 ad Athens, in Alabama, la Howard ha deciso di prendersi una pausa e di cimentarsi in una nuova – con il senno di poi, riuscitissima – carriera solista.

Nasce in questo modo, dal bisogno di scrivere in un pressochè totale isolamento, Jaime, album del debutto solista di Brittany. Un piccolo capolavoro di musica blues rock, nel quale la talentuosa americana declina con sapienza e bravura le sonorità che abitano da sempre il suo universo musicale, trasferendole tuttavia in un’altra dimensione, più ricca e complessa. Cosi accanto alle nuances blues a cui siamo abituati, fanno capolino cadenze funky, soul, gospel che si intrecciano qua e là a venature ora jazz, ora rock. Una miscela elegante e raffinata che fa da sfondo alla voce vellutata e potente di Brittany, impegnata a riflettere su temi da sempre al centro delle sue meditazioni. La fede innanzi tutto, ma anche le questioni famigliari (Jaime è il nome della sorella dell’artista scomparsa quando era ancora una bambina) e le relazioni sentimentali. Sono questi i temi che attraversano, una dopo l’altra le undici tracce inserite nell’album, che si apre sulle note di History Repeats.

Brano dalle movenze decisamente funky, la traccia di apertura, che evoca in parte il sound di Hold On, uno dei cavalli di battaglia degli Alabama Shakes, non deve tuttavia trarci in inganno, perchè Jaime è una fucina inesauribile di ritmi e suoni che occupano uno spettro decisamente più vasto.

E infatti ecco, a seguire God Loves Me, gospel dalle venature soul e dagli accenti jazzati che consente a Brittany di parlarci del suo originale rapporto con Dio e la fede.

I know he still loves me when
I’m smoking blunts
Loves me when I’m drinking too much
He loves me then, yeah
He loves me when I do what I want
He loves me, he doesn’t judge me
Yes, he loves me

canta la Howard.

Magnifica la terza traccia, Georgia, brano tutto in crescendo che ci sorprende con una esplosione sul finale, è una delicata meditazione/confessione sulla propria identità sessuale.

Georgia, see you don’t know it, but
I’m afraid to tell you how I really feel
But show you what I really mean when I’m sayin’ hello
Oh, how I feel to watch you come and go

recita la seconda strofa.

Ma i pezzi che si sosseguono sono uno più bello dell’altro ed è difficile fare una graduatoria. A partire dalla splendida Stay High, canzone dedicata al padre, primo singolo estratto dall’album, brano a metà strada fra country e soul, nel solco delle più autentiche movenze american roots.

‘Cause where I come from
Everybody frowns and walks around
With that ugly thing on their face
And where I come from
We work hard and grind and hustle all day
(Yes, we do)
There comes a time, there comes a time
At night, where we get to play
And we smile and laugh and jump and clap
And yell and holler and just feel great

Ma gli episodi notevoli non si esauriscono qui. Ed ecco la superlativa 13th Century Metal, brano scritto in collaborazione con il tastierista jazz  Robert Glasper che ci avvolge in un turbinio di suoni, fra spoken words, elettronica, rock, soul, funk e noise. O la languida Goat Head con le sue cadenze jazzate a fare da controcanto alla delicata ballata Short and Sweet. Chiude l’album l’epica e drammatica Run to Me, che consente alla Howard di fare bello sfoggio della propria sublime voce potente e profonda.

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9/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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