Vai al contenuto

(recensione): DIIV – Deceiver (Captured Tracks, 2019)

DIIV, Deceiver

Un album che possiamo considerare una sorta di ritorno del figliol prodigo, il prediletto, questo terzo disco dei DIIV. Nel 2016, in occasione della tournée promozionale seguita alla pubblicazione di Is the Is Are (il loro magnifico terzo lavoro) abbiamo avuto la possibilità di assistere a due date (a dire il vero straordinariamente riuscite) della band e, nonostante il livello incomiabile delle performances, ci eravamo resi conto delle condizioni precarie del lead singer, Zachary Cole Smith, ormai piombato in una spirale di dipendenza da droghe e alcool che aveva raggiunto un livello di guardia.

Non  ci aveva dunque per nulla stupito l’annuncio di una pausa dalla musica della band per dare a Cole la possibilità di seguire un serio programma di rehab, che a distanza di più di due anni pare avere dato i suoi frutti.

Sempre fragile, Cole appare oggi avere abbandonato il côté bizzarro ed straniato degli anni più bui, ha una nuova fidanzata e la band si è riunita per dare alle stampe Deceiver, terzo capitolo della discografia degli americani.

Band shoegaze per eccellenza, dalle sonorità sognanti intervallate da improvvisi guizzi rock dal sapore grunge (i Nirvana di Kurt Cobain sono pur sempre gli eroi di Cole), i DIIV ci hanno sempre colpito per il mélange agrodolce che abita i loro brani, un misto di rabbia fragile rappresentata alla perfezione dal dialogo fra il fraseggio di Cole con i riff di chitarra di Colin Caulfield, che in Deceiver si cimenta anche al basso, in seguito all’uscita dal gruppo di  Devin Ruben Perez.  Non fa eccezione questo nuovo album che conserva e amplifica il sound tipico della band, arricchendolo di venature post punk e indiefolk, e ciliegina sulla torta, sottolineandolo con testi che – per profondità e onestà – sono fra i più belli che Cole abbia mai scritto.

Ma andiamo con ordine. E’ Horsehead ad aprire le danze. Brano dalle nunces decisamente shoegaze, in cui le distorsioni e i riverberi si alternano a delicati riff di chitarra, fino a sfumare in un finale vorticoso. Sullo sfondo la voce di Cole, come se provenisse da un’altra dimensione recita

Wake up, throw it all away
If nothing’s changed, nothing changes
Wake up, throw it all away
Everything is nothing anyway

We’re each the rotten squall
At the center of it all
We’re each the rotten squall
At the center of it all
It all

con una consapevolezza e maturità rimarchevoli.

Magnifiche e malinconiche Like Before You Were Born, brano che non stonerebbe nella discografia dei My Bloody Valentine, e Skin Game  sono probabilmente due delle più belle canzoni mai scritte da Cole. Folgorante e struggente la seconda strofa della prima traccia

I’m  an old man
I tell that same old sun
“I get it, I’ve done it, I’m done”
Cars breeze past
Winding through the calm
I guess their lives go on

La confessione continua con ancora più forza nel secondo pezzo, che è anche il primo singolo estratto dall’album e che si chiude con una lucidità disarmante.

Sunken ceiling and a sideways grin
We live to use and we use to live
Crack a window
Get some life in you
Holding in coughs, hiding my head
“Everyone respects the dead”
I can help you, it’s how I help myself
Sunken ceiling and a sideways grin
We live to use and we use to live
Crack a window
Get some life in me

L’album alterna momenti decisamente shoegaze a episodi in cui i riverberi e le distorsioni passano in secondo piano per lasciare spazio a sonorità più rock. E’ il caso della ritmatissima Blankenship, con i suoi conivolgenti riff di chitarra o di Acheron, che con i suoi 7 minuti abbondanti ci sorprende con continue variazioni di ritmo. Evidente anche in questo caso l’influenza di Sonny DiPerri, ingegnere del suono e produttore che, forte delle sue collaborazioni passate con Nine Inch Nails e My Bloody Valentine, ha sicuramente contribuito alla coerenza generale dell’album.

Il nostro brano preferito è indubbiamente Lorelei, traccia cupa e malinconica che ci accoglie con una trama notturna e incantata e ci guida in un viaggio spaventoso sottolineato da potenti giri di basso e riff di chitarra.

Dog-star, ram, and pomegranate
Fox swam and swans descant

Entranced
In an awful dance
For Lorelei

Pine box or mantle top
Circe’s humdrum song
Is pleading for help at my
Overcoat of clay

Forget my youthful sins
Lay waste to my transgressions
Scream that melody in vain
My Lorelei

Un album bello e necessario.

Welcome back, Cole.

Click here to listen & buy

8,6/10

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: