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(recensione): Devandra Banhart – Ma (Nonesuch, 2019)

Devendra Banhart - Ma

Artista dai confini indefinibili e dilatati, capace di muoversi con la stessa sicurezza nel mondo delle sette note come nell’universo della grafica e delle creazioni visuali, Devandra Banhart ama mescolare atmosfere, storie e lingue.

Nato in Venezuela e cresciuto fra Stati Uniti e America Latina, Devandra ci ha abituato a composizioni eleganti e raffinate, sempre attreversate da profonda spiritualità. Non fa eccezione Ma, suo decimo album in studio,  lavoro che vede la luce proprio in questi giorni.

Un disco significativo già dal titolo. Dedicato alla memoria della madre, che viene celebrata in un po’ tutti e tredici i pezzi in scaletta, Ma, in realtà, si rivela un lavoro ben più complesso e profondo, pervaso di riflessioni personali che assumono, a una lettura più attenta, un significato universale.

L’album, che comprende brani in inglese, spagnolo, portoghese e – in parte – giapponese, ha visto la luce in Oriente, quando durante le date dell’ultima tournée in Asia,  il musicista è stato invitato a registrare alcuni brani in un antico tempio buddista a Kyoto. E indubbiamente tutte e tredici le tracce, completate poi in California agli 64 Sound and Sea Horse Studios di Los Angeles e a Big Sur sono attraversate da innegabili venature mistiche. 

A partire da Is this Nice ? brano che apre elegantemente l’album con le sue cadenze a metà strada fra echi lennoniani (“beautiful boy” è ripetuto ossessivamente nel ritornello della canzone  in cui Banhart che ci parla della madre vista con gli occhi da bambino, ndr)  e melodie à la Harry Nillson.

Significa invece più o meno “musica country, non possiamo farci niente” il verso dà il titolo al secondo pezzo, Kantori ongaku/ Shikata ga nai, brano dalle movenze decisamente country che mescola lingua giapponese e inglese, per celebrare la pace e l’amore universale attraverso la bellezza e la musica.

Like a flower on an east end block
Living from bouquet to bouquet
That’s all the love that some of us know
That’s all the love some know

canta Devandra.

Cadenze coheniane attraversano invece Memorial, uno dei momenti più struggenti e riusciti del disco. Una ballata malinconica, dominata da magnifici riff di chitarra acustica sottolineati dall’intervento di ottoni, archi e pianoforte a creare un effetto di straniante bellezza. Devandra ci racconta il dolore seguito alla morte del padre e di due amici  e lo fa con spiazzante onestà.

Now that there’s no need to say a word
Can I still make amends?
But silence, the only kindness I heard
Forgiveness, the only revenge
Needing all of the people
I’ve heard of from your past
Reading through all of your letters
Looking for your love

udiamo in uno dei passaggi più emotivi e belli dell’intero disco.

Altrettanto bella Now All Gone, brano dal ritmo sincopato, tesse una delle trame melodiche più eleganti e belle dell’album: sullo sfondo quale possiamo udire fare capolini nei cori la voce di un’ospite prestigiosa, ovvero Cate Le Bon, già protagonista di questo 2019 con il suo magnifico Reward.

E’ attraversata da venature latine, un misto di bossa nova con nuances jazzate Love Song, ma l’eredità sudamericana è – evidentemente – presente soprattutto in Carolina, ballata sensuale dal testo portoghese, e Abre Los Manos, pezzo tutto in spagnolo, dal ritmo decisamente ispanico, dedicato, come si puo’ facilmente immaginare all’amore universale

Abre las manos, el mundo te espera
Un regalito que es solo pa’ ti

Chiudono splendidamente l’album la delicata The Lost Coast  e la ballata Will I See You Tonight, pezzo nel quale Devandra duetta con Vashti Bunyan,  musicista inglese psychedelic-folk attiva soprattutto negli anni 70 ma da sempre vicino a Banhart con il quale aveva già collaborato su alcune tracce dell’album Rejoicing in the Hands, pubblicato nel 2004.

La voce di Vashti, nelle parole di Devandra, prototipo universale della figura materna, eterea e sognante si sposa magnificante alla melodia, dominata dal dialogo fra pianforte e archi ed è la perfettamente in sintonia con il fraseggio elegante di Banhart. L’esito è un piccolo gioiello ed è anche il finale perfetto di un album insolito e bello.

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7,5/8

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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