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(recensione): Bedouine – Bird Songs of a Killjoy (Spacebomb, 2019)

Bedouine - Bird Songs of a Killjoy

Bedouine è il nome scelto da Azniv Korkejian, musicista di origini siriane, residente ormai da tempo a Los Angeles, per calcare le scene musicali. Un debutto al fulmicotone nel 2017 con un album eponimo le è valso il plauso di pubblico e critica, che, in modo pressochè unanime, ha lodato, da un lato le indubbie doti vocali di Azniv, dall’altro le sonorità eleganti e raffinate, dalle venature folk e jazz, da quest’ultima elaborate e proposte.

Inutile dire che grande era quindi l’attesa di un nuovo lavoro di questa insolita e schiva musicista. La nostra pazienza è stata premiata ed è con estremo piacere che abbiamo accolto, all’inizio dell’estate, la notizia della pubblicazione di Bird Songs of a Killjoy, opera seconda dell’artista siriana.  12 tracce per 41 minuti di musica. Bedouine ha scelto, anche in quest’occasione di avvalersi della collaborazione di Gus Seyffert, professionista da sempre associato a produzioni prestigiose e qualitativamente importanti, di cui, qui, ci limitiamo a citare quelle legate ai nomi di Beck e Norah Jones.

A metà strada fra oriente e occidente, cresciuta in Arabia Saudita e giunta giovanissima negli Stati Uniti, Azniv, per la propria musica attinge a piene mani alla tradizione cantautoriale a stelle e strisce, riecovando e riattualizzando le lezioni di Joni Mitchell o Joan Baez, per raccontarci la sua storia, a dispetto delle apparenze, tumultuosa.

E’ la delicata e poetica Under the Night ad aprire l’album: un struggente ballata dedicata a un Kentucky pennellato a tinte vivide, sublimata da eleganti orchestrazioni a fare da sfondo alla limpida voce di Azniv accompagnata dalla chitarra acustica.

Oh, Kentucky, I miss you
Your night sky, black and tired
But wild like a live wire

The horse is never leaving the pond on its own
You got to open the gate and let it loose to run
Faster than the clouds on a windblown dawn
Faster than you left me alone to long
And why shouldn’t I?

Il meglio arriva, tuttavia, nelle tracce che seguono, che, come i capitoli di un’antologia, o i tasselli di un un puzzle, contribuiscono alla costruzione di un quadro dolceamaro, che ci parla della nostalgia per amori ormai finiti e di una complessa situazione familiare.

E’ il caso dell’intensa Bird Gone Wild, che, sullo sfondo di languide armonie descritte da chitarra e violini, rievoca la rocambolesca infanzia di Azniv.

Daddy was an electrician, fingers to the bone
Mama was a seamstress, stitched everything she owned
Crossing the Atlantic, a dream over the tide
Soldiers, we were ready there, approaching the front line

udiamo in apertura.

Dolcissima, Bird, pubblicata a fine marzo e accompagnata da un videoclip semplice ma suggestivo è uno dei singoli estratti per la promozione del disco. Un magnifico biglietto da visita che ci immerge istantaneamente nell’universo poetico e delicato di Azniv.

Some days are harder than other days
As I wait like strings to be plucked
To the tune of a song you sang to me one day
Rikki-Tikki-Tavi

recita la seconda strofa, malinconicamente.

Bellissima e struggente, Matters of the Heart è una delle tracce più signifiacative dell’album, sia per la complessa trama musicale, dalle cadenze a metà strada fra jazz e bossanova, sottolineata da continue variazioni di ritmo, che per il testo sentimentale ma senza sbavature.

May you like all that I’m afraid to hold
Because I know there’s too many thieves
In matters of the heart
I know there’s no make believe
No ladder to the top
Oh, matters of the heart

canta Bedouine.

E i momenti migliori dell’album si trovano soprattutto in questa seconda sezione, che si conclude sontuosamente con tre delle tracce più belle, ovvero Echo Park dalle cadenze jazzate, l’eterea Reprise e, ultimo pezzo Tall Man, dalle nuances soul.

Un disco intenso e riuscito, per un’artista da seguire con attenzione e che attendiamo alla prova del live.

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8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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