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(recensione): Oh Sees – Face Stabber (Castle Face, 2019)

Oh Sees - Face Stabber

Ventidue anni di carriera e ventidue album: uno per ogni anno di attività. Band originale e versatile, restia ad essere incasellata in un unico genere musicale, gli Oh Sees, californiani di San Francisco, hanno saputo rinnovarsi album dopo album, dando prova di un talento multiforme. Giunge in questi giorni la loro ultima fatica, Face Stabber, disco pubblicato, questa volta, con il nome Oh Sees (il gruppo, si è fatto chiamare, nel corso degli anni in molteplici modi, da Thee Oh Sees a The Oh Sees, o anche The Ohsees per finire con Orange County Sound, OCS e Orinoka Crash Suite, ndlr). Un lavoro complesso e monumentale, estremamente sperimentale, e per certi versi sorprendente: lungo un’ora e venti minuti, per quattordici tracce, Face Stabber è una sorta di microcosmo, un caleidoscopio che racchiude in sè un po’ tutti gli stili elaborati dalla band, capitanata dall’eclettico John Dwyer, dal 1997, anno della loro formazione, ad oggi.

Garage rock, post-punk, punk, new wave, pop, psichedelia, metal ma anche, qua e là delle nuances jazzate: Face Stabber è tutto questo, e molto di più, il tutto portato fino alle estreme conseguenze.

E’ The Daily Heavy ad aprire le danze. Una cavalcata lunga sette muniti, scandita da potenti riff di chitarra, che si stagliano su una base rock vagamente anni 70 dal sapore psichedelico, dedicata alle storture della società contemporanea, fra eccesso di informazioni, disinfomazione e teoria del complotto.

A new stop, baby, torn asunder
I shoved you down and you went under
I don’t see us living on the stuff you plunder
You’re coming on strong with the rolling thunder

recita la prima strofa.

Il disco contiene due tracce monumentali: Scutum & Scorpius, lunga 14 minuti abbondanti, un piccolo gioiello di rock progressivo, nel quale assistiamo a molteplici variazioni di ritmo che culminano in magnifici riff di chitarra dal sapore decisamente funky e, in chiusura, la non meno riuscita Henchlock, che in 21 minuti offre a Dwyer l’opportunità di fare bella mostra delle proprie inclinazioni jazz, in quello che è forse, il momento più interessante dell’album.

Lo scenario cambia radicalmente con la titletrack, la solo strumentale Face Stabber, pezzo decisamente rock, che ci aggredisce con il suo ritmo martellante scadito dalle percussioni assicurate da Paul Quattrone e Dan Rincon, che trovano il modo di scatenarsi anche nella metal Gholu, brano che ci consente di apprezzare la non comune estensione vocale del brillante lead singer.

Le cadenze jazz tornano in scena con Fu Xi, uno degli episodi più interessanti di questo imprevedibile lavoro, assieme a Poisoned Stones e Snickersee, che ci sorprendono con le loro cadenze disco pop fra sintetizzatori e percussioni.

Un disco bello e inusuale, sicuramente non banale, che ha nei testi, piuttosto semplici e non troppo originali il suo limite più evidente. Ma si tratta, senza dubbio, di un interessante esperimento musicale che si lascia ascoltare senza noia per tutta la sua considerevole durata.

Gli Oh Sees faranno tappa a Parigi a breve in occasione della loro prossima tournée. Non mancheremo di raccontarvelo.

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8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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