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(recensione): Sleater-Kinney – The Center Won’t Hold (Mom+Pop, 2019)

Band declinata solo al femminile e composta da Carrie Brownstein, Corin Tucker e Janet Weiss, le Sleater-Kinney vedono la luce nel 1994 a Olympia, nello stato di Washington. Luogo e data non sono casuali: segnano piuttosto l’imprinting del trio, che si inserirà autorevolmente  nel movimento musicale e culturale noto con l’appellativp riot girrl, una sorta di punk-grunge nel quale troveranno spazio istanze politiche e sociali prevalentemente femministe. Le Slater-Kinney, da sempre beniamine della critica specializzata e venerate da un pubblico di nicchia particolarmente affezionato alle sonorità ruvide e agli imponenti riff di chitarra assicurati da Corin e Carrie, attendevano con ansia un nuovo lavoro della band, che, dalla formazione, ha cercato,  a dire il vero non sempre con risultati convincenti, di elaborare un sound originale e personale, nel quale punk e rock si trovano spesso e volentieri in dialogo con new wave e pop.

Sono trascorsi 4 anni dalla loro ultima fatica, No Cities, No Love, album con il quale le tre americane hanno segnato il loro ritorno sulla scena musicale dopo la pausa decennale seguita alla pubblicazione, nel 2005 dell’acclamato The Woods, piccolo gioiello alternative rock, nel quale nuances noisy e venature grunge si intrecciano disegnando melodie cupe e gotiche, perfetto sfondo di testi rabbiosi e tormentati.

Giunge, invece, in questi giorni The Center Won’t Hold, nono attesissimo album del trio di Olympia. Attesissimo per molteplici ragioni, fra cui, non ultima, la produzione di St Vincent, musicista da sempre al centro dell’interesse di chiunque segua da vicino la scena musicale indie. E, la presenza di St Vincent è talmente significativa da influenzare pesantemente tutte e undici le tracce presenti sull’album.

Non che cio’ sia una cosa negativa. Anzi. Ma andiamo con ordine.

La prima delle grandi novità che hanno accompagnato la pubblicazione di The Center Won’t Hold è senza dubbio la fuoriuscita dall gruppo della batterista Janet Weiss, che dal 1997 assicurava , con le sue inconfondibili percussioni il ritmo martellante dei pezzi della band.

Una perdita importante, giunta tuttavia al termine della produzione di The Center Won’t Hold, tanto che a oggi ancora non è noto chi sostituirà Janet nel corso della prossima tournée. Causa dell’abbandono, verosimilmente la nuova dimensione artistica dalla band, decisamente lontana dal sound anni 90.

E’ la titletrack il brano che apre l’album. Terzo singolo estratto, ci immerge da subito nell’universo straniante e distopico che funge da palcoscenico ai testi disperati e angoscianti regalatici principalmente da Carrie.

I need something pretty
To help me ease my pain
I need something ugly
To put me in my place

I need something holy
Give me a little taste
I need something muddy
To cover up the stain

The center won’t hold

recita la prima strofa del pezzo, dominato dalle percussioni e nel quale i riff di chitarra paiono inghiottiti dalle note in sottofondo dei sintetizzatori.

E’ un impetuoso dialogo di voci e chitarre, invece, il protagonista assoluto del primo singolo estratto, apparso lo scorso mese di maggio, ovvero la bella Hurry on Home, che consente alle due lead singer di fare bella mostra del loro sempre piacevole fraseggio a sfumare in chiusura  nell’ossessivo ritornello:

You got me used to loving you
You got me used to loving you
You got me used to loving you
You got me used to loving you
You got me used to loving you
You got me used to loving you
You got me used to loving you
You got me used to loving you
You got me used to loving you

Come nella titletrack le nuances pop elettroniche, inconfondibile marchio di fabbrica di Ann Clarck fanno capolino qua e là in un po’ tutte le tracce, assicurate da un tappeto di sintetizzatori a fare da contrappunto alle ruvidità punk grunge tipiche del sound della band.

E’ il caso anche di The Future is Here e di RUINS con le sue venature ipnotiche dal sapore glamrock, che possono essere annoverate fra gli episodi più riusciti dell’album, nel complesso più che convincente.

Fra i tanti momenti eccellenti, non possiamo non citare Can I Go On, con le sue cadenze discopop, a fare da contraltare alle atmosfere swing e vagamente d’antan di Bad Dance.

La dimensione politica non è certo lasciata in un angolino. Riferimenti più che espliciti alle istanze sociali da sempre presenti nei testi del trio non mancano nemmeno in occasione di quest’ultimo lavoro. E trovano pieno compimento con Broken, in chiusura, pezzo chiave dell’album, che rievoca la cruda e drammatica testimonianza di Christine Ford nel corso delle udienze del processo intentato contro Brett Kavanaugh, accusato di sordide violenze sessuali.

I really can’t fall apart right now 

canta Corin e pare volersi fare portavoce della battaglia, sfortunatamente ancora tutta da combattere, di tutte le vittime di abusi.

Un disco spartiacque per la band, che si lascia tuttavia ascoltare gradevolemente e che si merita una notazione più che positiva.

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7,7/10

 

 

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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