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(recensione): Bon Iver – i,i (Jagjaguwar, 2019)

Bon Iver -i,i

Per la pubblicazione del suo quarto album in studio, ha scombinato tutti i piani Bon Iver. Inizialmente previsto in uscita il prossimo 30 agosto, i,i è stato infatti anticipato all’8 agosto. Cosa che era in fin dei conti piuttosto prevedibile, viste le sessioni d’ascolto organizzate da tempo presso i negozi di dischi indipendenti nelle principali città europee.

i,i -da leggersi i-comma-i, è il quarto capitolo della tetralogia dedicata da Justin Vernon alle stagioni. Se For Emma, Forever Ago rievocava l’inverno, Bon Iver, Bon Iver rappresentava la primavera e 22, a million era l’estate, con i,i siamo arrivati all’autunno. Annunciato lo scorso 11 luglio da una serie di misteriosi messaggi diffusi in rete, inclusa la creazione di un website destinato ad accogliere i contenuti correlati all’album, i,i è un disco, come il predecessore 22, a million, solenne e sontuoso.

13 tracce, per la durata di 39 minuti. Se 22, a million aveva introdotto raffinate sonorità elettroniche con lo scopo di scomporre e ricomporre all’infinito la voce di Justin, ora modificata, ora amplificata, a creare come un caleidoscopio magico, capace di descrivere l’universo poetico e musicale dell’eclettico musicista americano, i,i, riprende le fila del medesimo discorso, conducendoci ancora una volta nell’America, bella e tormentata, che di Bon Iver è il palcoscenico prediletto.

Primo singolo estratto dall’album, assieme a Faith e Jelmore, pubblicato prima della release ufficiale del disco in agosto, Hey, Ma ci immerge da subito nelle atmosfere nostalgiche e poetiche che abitano i,i e ce ne offre in un certo senso la chiave di lettura.

Full time, you talk your money up
While it’s living in a coal mine
Tall time to call your Ma
Hey Ma, hey Ma
Tall vote, you know you mope it up
Well, you wanted it your whole life
You’re back and forth with light

canta Justin, con la voce impegnata nel suo classico falsetto, ed è difficile comprendere se la madre evocata nel pezzo non sia, in senso lato, il nostro pianeta martoriato, o meglio se si sia di fronte a un mélange di personale e universale, come spesso accade nei testi intimi e mistici dell’americano.

E’ invece decisamente dedicata alla questione ecologica Jelmore, con il suo testo disperato e apocalittico, sullo sfondo di una melodia ipnotica e disturbante a sottolineare la gravità delle parole pronunciate che recitano:

Well, angel, morning Sivanna
Well, ain’t been gone too far
But heading out towards Ponoma
Where you won’t be alone

Where there’s thrift store manager in a poke camadee
And a gas mask on his arm
And one by one by one
We’ll all be gone

Giunge giusto prima della sognante e delicata Faith, una eterea professione di fede e una riflessione personale assieme, che consente a Justin di fare bello sfoggio della propria estensione vocale. Il brano, che ha un andamento in crescendo, fonde alla perfezione i due universi che abitano il paesaggio musicale di Bon Iver, a metà strada fra sonorità acustiche e folk e futuristiche venature elettroniche, in un turbinio epico e coinvolgente, a tratti solenne.

Time and again
(Got all that I need)
It’s time to be brave
Content to the phrases
That at dawn, we ain’t mazes
Just some kind of pages

udiamo in una dei più folgoranti e poetici passaggi offertici dalla penna di Justin, in stato di grazia.

Magnifica, con le sue cadenze jazzate, We rientra, senza dubbio fra i momenti più forti e risuciti dell’album. Una trama sonora complessa ed elaborata alla cui stesura ha contribuito Wheezy, collaboratore storico di Young Thug , a cui si devono i beats che sottolinano i drammatici giri di basso sullo sfondo.

Non meno bella e solenne U (Man Like), traccia dominata dalle splendide note di un pianoforte a costruire una solenne impalcatura sonora, cadenzata da un coro gospel assicurato da Jenn Wasner, Moses Sumney e Elsa Jensen assieme al Brooklyn Youth Chorus, con special guest Bryce Dessner dei National, da sempre ospite gradito nella musica di Bon Iver.

Un disco che puo’ essere inteso anche come un ritorno alle origini, con alcuni brani decisamente più acustici, a rievocare le atmosfere languide di Emma, Forever Ago, in una sorta di quadratura del cerchio. E’ il caso di brani come Marion, pezzo dominato da magnifici di riff di chitarra a creare atmosfere countryfolk, ricamate dal bel falsetto di Justin.

Ed è anche il caso della cupa e drammatica Holyfields che si apre con il verso, a dire il vero criptico:

Danger been stepping in
I’m happy as I ever been
Couldn’t tell ya what the cadence is
It’s folded in the evidence.

Chiudono l’album, spledidamente, Salem, Sh’Diah e RABi, in una sorta di rappacificazione o, quanto meno, un tentativo di trovare un equilibrio con il mondo circostante.

So what of this release?
Some life feels good now, don’t it?
(I think I need it)
Don’t have to have a leaving plan
(Have to let it)
Nothing’s gonna ease your mind
Well, it’s all fine and we’re all fine anyway

But if you wait, it won’t be undone

è il verso che chiude il disco, un lavoro bello e importante a conferma della magia che Justin Vernon continua a regalarci.

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9,2/10

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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