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(recensione): Cate Le Bon – Reward (Mexican Summer, 2019)

Cate Le Bon

Merita un posto di riguardo fra le migliori uscite di questo più che generoso 2019, Reward, quinta prova in studio della gallese, trapiantata in California, Cate Le Bon.

Autrice eclettica e difficilmente incasellabile in un unico genere musicale, Cate, che non disdegna le melodie folk e si esibisce in gallese oltre che nel più tranquillo idioma natale, ama mescolare stili e sonorità e il suo ultimo album non fa eccezione : venature post-punk dialogano, traccia dopo traccia, con nuances ora pop, ora tradizionali, in un incessante ricerca di strade nuove e inesplorate.

Le dieci tracce presenti sul disco, composte in un pressochè totale isolamento nella regione del Lake District, nel Regno Unito, sono tasselli di un insieme allo stesso tempo coerente e variegato, il cui minimo comune denominatore ci pare possa essere considerato una soave leggerezza che maschera, solo a un primo sguardo superficiale, un’ elegante ricercatezza.

Ma procediamo con ordine.

È Miami il primo pezzo in scaletta: un brano minimalista, abitato da ombre e luci improvvise ad accompagnare un testo scarno e poetico.

Decorate your own discord, Miami
Never be the same again, no way
Falling skies that people uphold, move with me
Love neglected by reward, okay

recita la prima strofa del brano, nel quale ottoni e tastiere tessono trame dall’andamento ipnotico e surreale sublimate dalla voce limpida di Cate. Un pezzo che possiamo per certi versi definire programmatico e che rievoca atmosfere sperimentali sulla falsa riga di certe prove offerteci da David Bowie, Brian Eno o John Cale.

Il brano che segue, Daylight Matters, è una classica canzone d’amore, dalla struttura piuttosto lineare. E’ una traccia luminosa, nella quale le ombre di Miami paiono dissipate, nonostante la malinconia di fondo che abita il testo.

Why do they stick when your lips read like stone?
Mouthing the lines, returning the air
And I’m never gonna feel them again
Love you, I love you, I love you, I love you
But you’re not here
Love you, I love you, I love you, I love you
But you’ve gone

canta Cate.

Suona invece quasi come una filastrocca Home to You, uno dei migliori episodi del disco. Un pezzo musicalmente elaborato e complesso, nel quale ritmi vagamente orientaleggianti si declinano in infinite variazioni.

If we meet
And we drink from borrowed cups
You read the room to me
All the changing of the light is torture
Memories, ah
Outdoing
Memories, ah

Le tracce si susseguono indefinitamente con andamento ineguale, passando con eleganza da trame dissonanti a momenti in cui melodie più armoniose paiono prendere il sopravvento, conservando comunque sempre in filigrana un gusto pronunciato per la sperimentazione.

Ricordiamo in particolare le surreali Mother’s Mother’s Magazine e Magnificent Gestures, pezzo che puo’ contare sul prestigioso contributo di Kurt Vile, che presta la sua voce in un duetto dal ritmo veloce e martellante.

Chiude magnificamente l’album Meet the Man, pezzo dalle atmosfere sognanti, marcate dalle note struggenti del saxofono, strumento ricorrente un po’ in tutte le tracce dell’album.

Nel suo complesso un album tanto insolito e fuori dal comunte, quanto riuscito.

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8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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