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(recensione): Banks – III (Harvest Records, 2019)

Si intitola semplicemente III il nuovo, terzo album di Jillian Banks. Un album importante e maturo per la giovane musicista americana che sceglie, per l’occasione di avvalersi della produzione di BJ Burton, l’uomo al quale Bon Iver deve gran parte della sofisticata magia elettronica del suo bellissimo 22, a Million, e i Low le stranianti distorsioni dell’altrettanto stupefacente Double Negative.

Banks, come più semplicemente Jillian preferisce essere chiamata, si muove da sempre in un universo r’n’b attraversato qua e là da venature trap hop e dubstep: terreno fecondo per questa insolita collaborazione e, evidentemente foriero di eccellenti risultati. A partire dalla magnifica traccia che troneggia in apertura, ovvero Till Now, un perfetto mélange di sonorità soul arricchite di riverberi, echi e nuances  elettroniche, a fare da sfondo a una testo che racconta la storia di un amore finito.

Had me in your clutch
Had my trust and such
Had my head, had my heart, had my eyes
Baby, your words don’t add up.

Episodio non meno brillante la seconda traccia, ovvero Gimme, che è anche il primo singolo estratto dall’album, oltre che un videoclip minimalista e allo stesso tempo capace di mettere in luce la bellezza sensuale di Jillian.  Il brano, che puo’ contare su uno dei testi più risoluti del disco e su un ritmo veloce, è un perfetto esempio del sound elaborato dall’americana in questa sua terza prova in studio, che alterna ballate più languide a canzoni più movimentate.

E infatti è proprio un brano più posato quello che ci attende subito dopo, ovvero la bella Contaminated, con la sua languida intro al pianoforte al quale si aggiungono, volta per volta, tastiere,  sintetizzatori,  percussioni e chitarra, a creare un complicato intreccio con la voce di Banks, che mostr,  proprio in questa occasione, tutte le infinite potenzialità di cui dispone.

Le tracce che seguono alternano momenti eccellenti ad altri meno riusciti. Fra i primi ovviamente non possiamo non citare le tracce più r’n’b, elemento nel quale Banks si trova perfettamente a proprio agio.

E’ il caso di Alaska e Hawaiian Maze: in particolarmente Alaska convince con il suo ritmo martellante arricchito da interessanti vaziazioni elettroniche a sublimare la voce di Jillian, in stato di grazia. Hawaiian Maze è invece un classico brano soul, che non si allontana molto dal più classico repertorio dell’americana, ma si lascia apprezzare per certi dettagli, come impreviste incursioni al pianoforte a impreziosire la trama musicale.

Altri episodi ci paiono, invece, meno interessanti: è il caso, per esempio, di Look What You’re Doing to Me, frutto della collaborazione con Francis and The Light che si risolve in un brano assolutamente dimenticabile, nel quale persino le due voci risultano se possibile, male assortite.

Propaganda e The Fall si segnalano per il loro ritmo dance e scorrono veloci, senza infamia e senza lode, ma ci pare che il disco, comunque nel complesso riuscito, mostri i suoi punti di forza nei brani più lenti come Sazwall, traccia in cui risulta evidente la mano di Buddy Ross, già produttore di Frank Ocean e che puo’ contare su un suadente andamento in crescendo e le due tracce che chiudono splendidamente il disco, If You Were Made of Water e, ultima traccia, la romantica What About Love. 

7,2/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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