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(recensione): Purple Mountains – Purple Mountains (Drag City, 2019)

Purple Mountains, Purple Mountains

Musicista lontano dai bagliori dello show business e dello stardom, David Berman è stato per un decennio uno degli elementi chiave dei Silver Jews, band indierock che vedeva fra le sue fila anche Stephen Malkmus e Bob Nastanovich. Il gruppo si è sciolto nel 2009 e da allora Berman si è principalmente dedicato alla poesia, alla scrittura e alla lotta politica, che lo vede da sempre impegnato in prima persona, nella difficile contrapposizione a un padre lobbysta repubblicano del quale ci ha lui stesso regalato la definizione più onesta e diretta. “La mia vita e’ stata piena di ibsenismo. In un certo senso sono il figlio di un demone venuto a riparare il danno” potevamo infatti leggere nel messaggio con cui decretava la fine dell’ex band, nel gennaio del 2009.

Abbiamo dovuto attendere dieci anni prima di riascoltare la voce e la musica di Berman. L’attesa, tuttavia, non è stata vana.  Il ritorno sulla scena musicale è avvenuto, infatti, con il progetto Purple Mountains e con un album dallo stesso titolo, un lavoro bello e riuscito, pubblicato da qualche giorno e per il quale si è avvalso della collaborazione e della produzione di Jeremy Earl e Jarvis Taveniere, membri della psych-rock band Woods, rispettivamente alla batteria e al basso.

Dieci titoli, per la durata di circa 44 minuti: Purple Mountains può essere definito a ragione un album country. Registrato a Nashville, è attraversato traccia dopo traccia dalle sonorità folk tipiche del sud degli Stati Uniti, rielaborate e declinate, tuttavia, in modo personale e mai banale.

Due sono gli eventi che ne hanno profondamente influenzato la composizione: da un lato il difficile divorzio dalla moglie Cassie, dopo un matrimonio lungo vent’anni, dall’altro la morte della madre, che ha riportato in superficie una complicata situazione familiare.

Ma veniamo alle singole canzoni presenti sul disco.

E’ l’autobiografica That’s Just the Way I Feel ad aprire le danze:

Well, I don’t like talkin’ to myself
But someone’s gotta say it, hell
I mean, things have not been going well
This time I think I finally fucked myself
You see, the life I live is sickening
I spent a decade playing chicken with oblivion
Day to day, I’m neck and neck with giving in
I’m the same old wreck I’ve always been

udiamo declamare in apertura da David con la sua voce dal timbro inconfondibile, sullo sfondo di un pezzo dal sound marcatamente country.

I brani si succedono uno dopo l’altro in una splendida alternanza fra ballate lente e pezzi più ritmati, di cui il filo conduttore pare essere un’amarezza lucida e disincantata che non prende, tuttavia ,mai il sopravvento e che si risolve piuttosto in una poetica autoironia.

Numerosi gli episodi eccellenti. A partire dalla classica Darkness and Cold, dedicata alla rottura con la moglie:

The light of my life is going out tonight
As the sun sinks in the west
The light of my life is going out tonight
With someone she just met
She kept it burning longer than I had right to expect
The light of my life is going out tonight
Without a flicker of regret

recita, senza remore, il verso di apertura del brano che è anche un video decisamente autobiografico, a dispetto del disclaimer che possiamo leggere nei primi frames.

Riuscite anche la ballata Snow is Falling in Manhattan, brano dalle cadenze coheniane, e l’apocalittica Margaritas at the Mall, nella quale David declama:

How long can a world go on under such a subtle god?
How long can a world go on with no new word from God?
See the plod of the flawed individual looking for a nod from God
Trotting the sod of the visible with no new word from God

Bella e commovente I Loved Being My Mother’s Son, traccia dedicata alla madre scomparsa alla quale si rivolge in modo struggente.

Yeah, I loved being my mother’s son
I loved her so because
She was so good and kind to me
She was, she was, she was

Infine da segnalare, in chiusura, la ballata “filosofica” Nights that won’t happen e la country Maybe I’m the only one for me,  pezzi che suggellano un disco tanto inaspettato quanto riuscito, un ascolto imprescindibile di questa estate 2019 ricca di belle sorprese e graditi ritorni.

 

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8,8/10

 

 

 

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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