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(Recensione & Intervista): Burning House – Anthropocene (Miohmi Records, 2019)

Sarà sarà finalmente svelato il prossimo 12 luglio, Anthropocene, opera prima degli inglesi Burning House

Band originaria di Southampton, che solo per semplicità possiamo incasellare nel genere shoegaze, i Burning House si erano già fatti notare lo scorso inverno, con la pubblicazione di un primo estratto dall’album, all’epoca ancora in lavorazione. Mirror Song, questo il titolo, ci aveva lasciato con la curiosità di saperne di più sulla musica del trio capitanato da Aaron Mills, al quale dobbiamo aggiungere il bassista Patrick White, elemento chiave del gruppo e la più recente acquisizione, ovvero il batterista Dominic Taylor. E’ quindi con estremo interesse che ci siamo messi all’ascolto di Anthropocene, che abbiamo potuto ascoltare in anteprima. In questa contesto abbiamo anche avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchere con il simpatico lead singer della band. Intervista che potete leggere in coda alla nostra recensione.

Anthropocene, album dalla genesi piuttosto travagliata, si compone di ben 14 tracce che si dipanano per la durata di più di 70 minuti. Sonorità shoegaze si sposano a cadenze tipicamente ritpop creando un mix originale e non banale. Ma non sono le uniche influenze rintracciabili nella musica proposta. Ritmi più marcatamente rock si alternano a venature psichedeliche e qua e là fanno capolino nuances punk. Elementi che si intrecciano  senza soluzione di continuità fino creare un insieme complesso e variato.

Cosi’ eccoci passare dai pezzi ritmatissimi, dominati da riverberi e chiatarre distorte come la già citata Mirror Song, Mimosa con il suo ritmo groovy,  Forever, traccia che arriva in coda alla titletrack Anthropocene, titolo singolarmente breve e  interlocutorio, o If You Won’t, a brani dall’andamento più ipnotico, che, a nostro avviso si rivelano gli episodi decisamente più riusciti del disco. Fra questi, una menzione speciale va all’interessante Elvis Moniker brano dal sapore psichedelico e alla bella Awning che chiude magnificamente il disco, consentendo a Mills di offrirci un bel saggio del proprio fraseggio. 

Un debutto  dunque riuscito per i Burning House. 

7,5/10

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Coeurs & Choeurs: Quando e perché hai deciso di diventare musicista? Puoi raccontarci il tuo percorso e, più in generale la storia della band?

Aaron Mills: Come sempre accade, è un mistero. Ma aggiungerei una precoce esposizione a ciò che la musica significava per il mondo che mi circondava. Per entrambi i miei genitori: un evasione. Le cose che ci escludono – sin da bambini – esercitano su di noi uno strano fascino.  Il legame dei nostri genitori ci esclude e così affascina. Ipotizzerei che la musica facesse parte di questo stesso mistero. I Burning House significano molte cose per me. Penso di essere mosso da pulsioni profondamente patologiche. Come Thanatos. Questo pero’ riguarda più in generale me come persona.
Sono una persona che vive attratta da polarità di ogni tipo. Silenzio assoluto e volume voluttuoso assoluto. Qualcosa che si estende oltre il quotidiano che non può mai essere realmente reificato / appagato ma rimane perfetto nella suanebulosità. Questo è anche la base su cui il gruppo è stato fondato.

C&C: A proposito dell’album, mi sembra molto vario e con molte influenze diverse: se ho ben compreso il processo di scrittura ha richiesto un po’ di tempo. Puoi dirci di più?

AM: Sono davvero molte le influenze che attraversano il disco. Segna la transizione dal bisogno di comunicare le cose visceralmente alla necessità di mantenere vivo il mistero, come direbbe Nietzsche “L’azione ha bisogno dei veli dell’illusione”, ma siamo in presenza anche di pura vulnerabilità, uno sguardo nell’intimità di una persona – che ha la sua storia, i suoi desideri e le sue sofferenze. Siamo tutti collegati poichè tutti aneliamo il ritorno alla sorgente unica da cui siamo stati strappati. La composizione di questo disco abbraccia molti anni di vita – periodi di depressione, alienazione,  dolore, lesioni e ricerca filosofica. Numerosi gli autori che hanno impattato sulla scrittura dei testi: Elliott Smith, Mark Kozelek, Billy Corgan. Ma anche la letteratura di J.G Ballard, Jean Baudrillard e Jorge Luis Borges gli scritti dei quali sono ricorrenti e mi consentono di esprimere sentimenti profondamente personali. E’ stato interessante vedere alcuni dei temi toccati nell’album presenti anche in trasmissioni televisive come in  The OA e anche la in Mother di Aronfsky. In questo caso una casa distrutta (burning house) e in fiamme è usata per descrivere il cambiamento climatico antromorfico. L’album è stato scritto prima di vederli, tuttavia.

C&C: Lo shoegaze è anche un universo molto vario. Che cosa significa questa parola per te e come la band fa parte di questo movimento musicale?

AM: Ci sono alcuni gruppi fantastici che rimangono fedeli al genere. Per me lo Shoegaze è indissolubilmente legato al nome dei My Bloody Valentine – un gruppo che per me ha rappresentato infinite possibilità. Mi entusiasmavano le interviste in cui Shields discuteva tutti i concetti metafisici dietro la sua musica. Mi ha spinto a suonare la chitarra. Ora vedo lo strumento come illimitato in quello che può fare….. Ma ci sono anche band emergenti che stanno facendo rivivere il genere, puntando in una direzione diversa. La musica, per non parlare della musica per chitarra, si scontra con quanto l’industria musicale, sempre più frammentata. Ma  sono certo che alla fine l’integrità e il valore saranno riconosciuti.  Io ci credo.

C&C: Sembri molto interessato a creare connessioni con la letteratura e la psicologia. È così? In che modo  cio’ influenza il tuo approccio con la musica?

AM: Per me non è stata/non è una scelta. È stata una necessità. Ho letto così tanti episodi della mia vita attraverso alla lente psicoanalitica. Do la colpa all’ambiente/clima regressivo in cui sono cresciuto…..un ambiente assolutamente senza speranza, dominato dai ricchi. Mi considero un’eccezione intellettuale, nel senso di Bataille. Soprattutto perché gran parte delle mie percezioni nascono da un impulso autodidatta. A volte guardare un quadro, o leggere qualche brano è l’elemento catalizzatore di una scoperta che può far nascere dela musica. Anche se alla fine  sono solo un gatto che si morde la coda, esprimendo le stesse vulnerabilità di tutti gli altri. Sono comunque alla ricerca delle affinità esistenti per darmi una sorta di permesso di agire.

C&C:  Puoi descrivere il tuo nuovo disco con una parola?

AM: Thanatos

A questo link potete trovare una versione inglese di recensione e intervista.

 

 

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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