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(recensione): Denzel Curry – Zuu (Loma Vista, 2019)

Denzel Curry, Zuu

Nato 24 anni fa a Carol City in Florida in una famiglia originaria delle Bahamas, Denzel Curry è una figura emergente della scena rap a stelle e strisce. Dopo aver mosso i primi passi con un gruppo hip hop dal nome Raider Klan, Denzel, i cui lavori qua e là riecheggiano lo stile di Tupac e hanno attirato l’attenzione di colleghi di chiara fama come Earl Sweatshirt (musicista di cui vi abbiamo già parlato a fine 2018, ndr), nonchè di JK the Reaper, Lil Ugly Mane, Mike G, Nell, Robb Bank$, Stephen A. Clark e Yung Simmie, questi ultimi presenti su alcune tracce di Nostalgic 64, disco del suo debutto, ha intrapreso una carriera solista, giunta in questi giorni a piena maturazione.

E’stato infatti pubblicato lo scorso 31 maggio Zuu, quarto album in studio di Curry. 12 tracce per una durata di una mezz’ora scarsa, Zuu, puo’ essere considerato la naturale prosecuzione del suo precedente lavoro, Ta13oo (da leggersi Taboo, ndr) apparso lo scorso settembre dopo essere stato diffuso, nel corso dei mesi precedenti in tre tempi, sulla piattoforma Soundcloud. Musicista dalla penna raffinata e dall’eloquio folgorante Curry dedica da sempre la quasi totalità dei suoi testi a temi controversi (o tabu, come evoca il titolo del suo penultimo album) quali la paranoia, la violenza, le molestie sessuali, la politica (e in particolare le famigerate elezioni presidenziali americane del 2016) o la condizione giovanile. Nel caso di Zuu, protagonista privilegiata la comunità nera di Carol City, in Florida e i problemi connessi al crescere in quest’area particolarmente difficile e violenta degli Stati Uniti.

E’ la titletrack ad aprire le danze. Brano dal ritmo serrato, Zuu è dedicata proprio alla sua città natale.

Rep your set, grab a TEC
Leave you wet in project
In the cut like Gillette
Where they serve and don’t protect
Place a bet on your head
Call your bluff and make a check
Guilty until innocent
Far as I know, I’m heaven-sent
Glock, nine by nine, blow your mind, now you Einstein
Design, in my prime, to do time, bitch, I’m Frankenstein
This what you made me, Carol City raised me
Trick said “I’m a Thug,” that’s the hate you gave me (Ooh)

rappa Denzel, ed è subito chiaro il tenore di quanto seguirà.

Ricky, protagonista della seconda traccia è il padre di Curry, al quale il musicista dedica un ritratto allo stesso tempo onesto e commovente, uno struggente omaggio alla propria famiglia d’origine.

My daddy said, “Trust no man but your brothers
And never leave your day ones in the gutter”
My daddy said, “Treat young girls like your mother”
My mama said, “Trust no ho, use a rubber”

Numerose e feconde le collaborazioni che figurano sull’album. Basti citare Kiddo Marv, rapper come Denzel originario della Florida, che presta la sua voce sulla traccia Wish, autoritratto a tinte vivide della propria condizione di rockstar.

Dreads to the top, gold in my mouth, woaday
Hoes by the flock, no, let me stop, woaday
And I keep a Glock, nah, it’s a Glock

Ma ritroviamo, fra i featuring degni di nota anche Rick Ross in Birdz, Tay Keith in Automatic e Ice Billion Berg in Carolmart, ennesimo omaggio alla comune cittadina natale.

Un disco intenso e dalla bellezza folgorante, Zuu si candida con decisione a un posto d’onore nel best of dell’anno in corso.

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8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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