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(recensione) – Santana ft Buika – Africa Speaks (UMG, 2019)

Santana, Africa Speaks

Chitarrista leggendario che non ha bisogno di troppe presentazioni, Carlos Santana calca i palcoscenici dagli anni 60. Un’infanzia e un’adolescenza vissute fra il Messico e la California, Tijuana e la San Francisico dove si trasferì nel 1961 al seguito della famiglia: Carlos è da sempre affascinato da chitarristi del calibro di John Lee Hooker e BB King, che ascolta alla radio. E’ poi il turno di Muddy Waters, dei Grateful Dead e altre stelle del jazz e del blues ai concerti del quali si trova ad assistere in occasione delle loro esibizioni al Bill Graham’s Fillmore Auditorium. Carlos decide: la chitarra è il suo strumento e incomincia a suonarla in una band a cui dà vita assieme a Tom Frazier, chitarrista di belle speranze, Mike Carabello (alle percussioni), Rod Harper (alla batteria), Gus Rodriguez (al basso) e Gregg Rolie (voce e organo), E’ cosi che nascono i Santana.

Da allora sono passati una buona cinquantina d’anni e Carlos, con il suo pop venato di folk, jazz e blues, dominato dai folgoranti assoli di chitarra che ne rendono il sound inconfondibile, ha mietuto successi dopo successi, a cui dobbiamo aggiungere, oggi, Africa Speaks, suo ultimo album, pubblicato a inizio giugno.

Africa Speaks, disco per il quale Carlos si è avvalso della collaborazione dell’ispanica equatoguineana Buika e della produzione del leggendario Rick Rubin, la cui firma è sempre indice di sicura qualità, è un’antologia di undici tracce, registrate nel corso di una decina di giorni trascorsi agli studi Shangri-La di Malibu. Come si puo’ facilmente intuire dal titolo, il fil rouge dei brani in scaletta è l’Africa, continente definito, giustamente, in apertura della titletrack con le seguenti parole:

Deep in the jungle
Beyond the reach of greed
You hear the voices of spirits
With their frequency of light
Making sounds like the crackling of stars at night
Communicating with plants, animals, and mankind
Affirming the universal truth
All and everything was conceived here in Africa
The cradle of civilization

Le tracce che compongono l’album, che rievocano più facilmente i primi lavori di Santana composti negli anni 70 che le grandi hit dell’epoca di Supernatural la cui apparizione risale al 1999, sono un affascinante mix di melodie latine, arricchite di nuances africane sublimate da sonorità jazz e blues. La voce di Buika si trova a dialogare con la chitarra di Carlos, in un affascinante gioco di specchi riflettenti nel quale si fondono ritmi e parole.

Difficile stilare una graduatoria dei brani in scaletta.

Oltre a Africa Speaks, fra gli episodi più interessanti occorre tuttavia citare la magnifica Oye Este Mi Canto, dalle movenze funky sublimate dai folgoranti riff del basso suonato da Benny Rietveld e dagli struggenti assoli di chitarra offerti da Carlos, che fanno da sfondo al fraseggio latino di Buika.

Non meno riuscita Bembele con le sue sfumature jazz, o Los Invisibles, primo singolo estratto dall’album, nel quale sonorità latine e ritmi africani tessono una trama incandescente accompagnata dalla voce inconfondibile della musicista spagnola.

Fra gli ospiti, graditi, occorre menzionare, proprio su questo brano e in occasione di Breaking Down the Door, Ray Greene, impegnato al trombone, la cui presenza risulta più che mai coerente in questo turbinio di suoni e colori. Ma non possiamo dimenticare neppure Laura Mvula, musicista soul che duetta con Buika nella traccia, dal sapore jazz, Blue Skies.

Uno dei dischi più belli di questo inizio estate, che risulterà certamente anche più gradito in concerto. Avremo occasione di riparlarvene.
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9/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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