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(recensione): Bill Callahan – Shepherd in a Sheepskin Vest (Drag City, 2019)

Bill Callahan, Shepherd in a Sheepskin Vest

Suscita sempre grandi aspettative ed un senso di attesa la notizia di un nuovo album di Bill Callahan. Sono passati sei anni dalla pubblicazione dell’ultimo disco, Dream River, uscito nel 2013 e riproposto in una versione dub, decisamente riuscita, l’anno successivo, con il titolo Have Fun With God.

Personaggio schivo, Bill, che agli esordi, a fine anni 80, inizio 90 si faceva chiamare semplicemente Smog e presentava un repertorio tanto raffinato quanto minimalista, ha negli anni reso sempre più complesso il proprio universo sonoro, arricchendolo di venature folk e soul, sublimate da testi poetici e dal sapore vagamente autobiografico.

Shepherd in a Sheepskin Vest, questo il titolo del 16° album in studio del cantautore di Austin, è un disco doppio sul quale compaiono ben venti tracce (già rese disponibili, almeno in parte, sulle piattaforme digitali da fine maggio) il cui filo conduttore pare proprio essere un anelito malinconico per un’Arcadia lontana, perfetto palcoscenico sul quale si muove il protagonista dei brani, riflessioni più o meno serene attorno alla vita e all’amore.

Parla di pastori (in senso metaforico) il primo titolo in scaletta, Shepherd’s Welcome. 

Have you ever seen a shepherd
Afraid to find his sheep?
Have you ever seen a shepherd
Afraid to find his sheep?
Singing, where did you sleep?
And did you have that dream again?
Did you have that dream again?

recita la seconda strofa, sottolineata dalla magnifica voce baritonale di Bill, accompagnata dalla chitarra acustica.

Struggenti la seconda e la terza traccia Black Dog on The Beach e Angela, sono ballate dedicate all’amore e al conforto che è capace di fornirci il calore di una famiglia, nonostante le inevitabili asperità delle frequentazioni quotidiane.

Cosi’ nella prima, un classico pezzo country, udiamo

Well, I can describe it best
As the year the lion left
The family crest
And we made a crown out of the space that was left

e, ancora

Love goes on like birdsong
As soon as possible after a bomb
Angela, with every loss we rise again
With new strength and new purpose

nella seconda, traccia arricchita da suadenti venature jazz.

Gli episodi eccellenti sono innumerevoli. Citiamo, fra i tanti, Writing, con il suo ritmo complesso e il suo testo liberatorio,

It feels good to be writing again
Clear water flows from my pen
And it sure feels good to be writing again

o Confederate Jasmine, sullo sfondo della quale si staglia una melodia ricercata, dominata da chitarra e percussioni.

O ancora Call Me Anything, che recita, in modo nemmeno velatamente autobiografico.

I sing for answers
I sing for good listeners.

Una delle tracce più interessanti è tuttavia la cover di Lonesome Valley, un classico del repertorio spiritual, pezzo cantato in coppia con la moglie Hanly Banks, delicato omaggio ai genitori scomparsi, che vengono qui ricordati con tenerezza e affetto.

Everybody’s got to walk the lonesome valley
Yeah, you got to walk it by yourself
There’s nobody here can walk it for you
Yeah, you got to walk it by yourself

Un disco che si candida a dominare il best of dell’anno per un musicista che non ci stanchiamo mai di vedere live.

8,6/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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