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(recensione): Rocketman (Movie & OST, 2019)

Non ci dovrebbe sorprendere più di tanto l’autoindulgenza da parte di una rockstar che ha superato la settantina e ha attraversato indenne, fra alti e bassi, dieci lustri di onorata carriera.

Elton John, al secolo Reginald Kenneth Dwight, è il protagonista di Rocketman, il secondo biopic a tema musicale giunto nelle sale cinematografiche quest’anno, dopo il fortunato Bohemian Rhapsody, dedicato a Freddie Mercury e all’epopea dei Queen, campione di incassi dello scorso inverno.

Personaggio istrionico, apertamente omosessuale, con all’attivo un repertorio che, in particolare negli anni 70 e 80, ci ha regalato una quantità considervole di hit ancora oggi capaci di conquistare l’immaginario di un pubblico non necessariamente legato a questi due decenni (basti citare l’entusiasmo suscitato da pezzi come Don’t go breaking My Heart o I’m still standing fra i presenti alle proiezioni nei cinema, ndr), Elton è interpretato sullo schermo dal britannico Taron Egerton, al quale è legato da lunga amicizia. Il musicista è anche produttore della pellicola e, ovviamente, ha avuto l’ultima parola sulla versione cinematografica della propria vita.

Il racconto prende in esame gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza trascorse nel sobborgo di Pinner, a nord di Londra, la scalata al successo, favorita dal fortunato sodalizio con il paroliere Bernie Taupin (interpretato da un convincente Jamie Bell) e la travolgente storia d’amore e di sesso con il manager John Reid (che si conferma figura chiave della scena rock dell’epoca, visto il ruolo svolto anche nella carriera dei Queen).

Non mancano gli accenni alla dipendenza dall’alcool e la cocaina, con la classica sequenza sex, drugs & rock & roll, che non puo’ ovviamente latitare in un biopic dedicato a una rockstar. Il tutto è tuttavia presentato in maniera piuttosto edulcorata e compiaciuta, come si addice al protagonista, divenuto Sir nel 1998.

Grande protagonista del film, che assume in più di un momento l’andamento di un musical, è chiaramente la colonna sonora, per un interessante espediente cinematografico, interpretata da Egerton assieme agli altri coprotagonisti.

I brani presenti nella OST spaziano dalle tracce dei primissimi lavori fino ad arrivare ai successi degli anni 80.

Ritroviamo cosi, fra gli altri, Thank You for All Your Loving del 1968, Rock & Roll Madonna del 1970 e la magnifica Your Song, presente in uno dei frammenti più commoventi del film.

Non sono meno coinvolgenti le scene scandite dalle note di Crocodile Rock (la cui pubblicazione viene nel film anticipata di due anni e collocata nel 1970) o della citata Don’t Go Breaking My Heart e della bella Tiny Dancer.

Il film si chiude, gloriosamente (e non poteva essere diversamente) con il protagonista che, pulito e disintossicato abbandona il rehab. Quale pezzo migliore per sottolineare questo passaggio che I’m Still Standing ? Una scelta fortunata che accomiata lo spettatore con un brano allegro e accattivante.

Si sono fatti ovvi paragoni con Bohemian Rhapsody, ma ci pare che siano fuorvianti. Si tratta di due biopic che hanno ben poco in comune: diverso l’approccio cinematografico, diversa la fotografia e completamente differente l’uso della musica per scandire lo scorrere degli anni. Il tratto comune può essere circoscritto alla debolezza della sceneggiatura che latita, in un caso come nell’altro.

E’ comunque sempre piacevole avere l’opportunità di rispolverare i vecchi vinili abbandonati in qualche angolo della nostra mediateca, in questi anni in cui i revival spadroneggiano e la nostalgia colpisce un po’ tutti. In questo caso il piacere è doppio, vista l’addio alle scene annunciato da Elton John, in questi giorni impegnato nel farewell tour.

Un appuntamento da non perdere.

6,5/10

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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