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(recensione): Kelsey Lu – Blood (Columbia, 2019)

Musicista dal talento eclettico, la californiana Kelsey Lu era attesa alla prova del debutto da solista dal 2016, anno in cui aveva pubblicato il magnifico EP Church. Nota anche per le prestigiose collaborazioni con superstar del calibro di Sampha, Solange e Florence Welch, la giovane californiana, che puo’ vantare in curriculum una formazione da violoncellista classica, non disdegna le ibridazioni musicali e si situa in una sorta di terra di mezzo nella quale non fatichiamo a ritrovare note rythm ‘n blues e soul in dialogo con movenze ora classiche, ora elettroniche, ora pop.

Un percorso complesso e interessante che conserva una coerenza di fondo, garantita dalla bella voce di Kelsey che passa con eleganza da uno stile all’altro, forte del range vocale di cui è dotata.

Pubblicato lo scorso aprile, Blood è un disco bello e intenso. Annunciato dai singoli I’m not in Love, cover della hit 70’s dei 10cc e Due West, brano prodotto e mixato da Skrillex, l’album, che si compone di 13 titoli, per la durata di circa 44 minuti, si apre sulle note languide e sensuali di Rebel, pezzo dal testo nostalgico, dedicato a una generazione e un’epoca ormai scomparse. Bellissime risultano le contaminazioni classiche, garantite dagli archi, in apertura e nel corso dell’esecuzione.

Rebel was your middle name
When you were a young girl
Living free in the ’60s
Black boots, mini-skirt, blonde curls
Then when you went to art school
Breaking hearts and all the rules
You met the man of your dreams
To society, he was unconventional
But you didn’t mind being outside

canta Lu.

Non meno intenso il pezzo a seguire, ovvero l’intensa Pushing Against the Wind, brano sublimato dalla voce della giovane californiana, che fa qui bello sfoggio della propria propria considerevole estensione, passando con grazia estrema dalle tonalità più gravi alle note più acute.

Disco nelle intenzioni della sua autrice dedicato alla paura che accompagna il nostro percorso di crescita, vede, proprio in questo brano uno dei suoi più riusciti biglietti da visita.

Pushing against the wind I see
From the outside, I barely know
On the inside, power shows
The beam and a light have always glowed, too

Singolo di punta dell’album Due West si lascia apprezzare per le nuances pop ed elettroniche che lo attraversano: pezzo meno intenso dei precedenti, è una traccia che ben si adatta alla pista da ballo, e potrebbe forse risultare un po’ incoerente rispetto all’insieme, ma, sebbene ci convinca meno delle altre canzoni, conserva un’ indubbia eleganza e raffinatezza.

Da segnalare fra i momenti migliori, KINDRED I e KINDRED II, dalle nuances eteree e sognanti, sublimate dalle note del violoncello in dialogo con la voce di Kelsey, impalpabile sullo sfondo.

Riuscita anche la cooperazione con l’XX Jamie, produttore della stupenda Why Knock for You, brano nel quale archi e sintetizzatori si ritrovano a dialogare dando vita ad una trama elegante e dalle cadenze ipnotiche.

Fra gli episodi eccellenti, ovviamente, non possiamo esimerci dal citare la bella cover di I’m not in love, dei 10cc, che nella versione di Kelsey perde le cadenze 70s per assumere venature più languide e sensuali, dalle quali non si sottrae nemmeno il video, girato in accompagnamento al singolo.

Ma non meno riuscite Poor Fake, altro brano studiato per la pista da ballo, o la struggente Atlantic, introdotta delle immancabili note del violoncello.

Chiude il disco la titletrack Blood.

Prova superata per Kelsey Lu che si conferma una stella di prima grandezza nel panorama r’n’b contemporaneo.
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8,2/10

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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