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(recensione): Jamila Woods – Legacy! Legacy! (Jagjaguwar, 2019)

Jamila Woods - Legacy! Legacy!

Musicista, poetessa e attivista politica, Jamila Woods non può essere definita semplicemente e con un solo  aggettivo. A partire dal suo debutto, avvenuto nel luglio del 2016 con l’album Heavn, passando attraverso le prestigiose collaborazioni con Chance The Rapper, The Social Experiment ( Jamila appare sulle traccia BlessingsSunday Candy, ndr)  e Macklemore, la trentenne, originaria di Chicago, si è fatta notare, oltre che per la voce, calda e intensa, per la qualità dei suoi testi, allo stesso tempo impegnati e di grande bellezza, a conferma del fatto che creazione artistica e battaglie per l’emancipazione possono andare a braccetto.

Annunciato a metà ottobre dal singolo Giovanni, traccia ispirata dall’opera della poetessa afroamericana Nikki Giovanni (in particolare dalla poesia Ego Tripping, della quale riprende a più riprese il verso there’s must be a reason why) il nuovo album Legacy ! Legacy ! è un lavoro maturo e complesso, nel quale sono declinate con assoluta eleganza le questioni che costituiscono il cuore pulsante della produzione musicale e letteraria di Jamila, ovvero, da un lato, il recupero e la messa in valore delle radici afroamericane, dall’altro, l’autoaffermazione dell’identità femminile, tema spinoso, ancora più difficile se affrontato nella comunità nera.

Ma andiamo con ordine: Legacy ! Legacy ! si compone di tredici tracce che si dipanano per una durata complessiva di circa 50 minuti. E’ Betty ad aprire il disco (e a chiuderlo in una versione remixata), canzone che celebra la cantante funk Betty Davis, musicista nota anche per il breve matrimonio con Miles Davis.

Dotata di un immenso talento e di un indiscutibile fascino, Betty Davis incarna alla perfezione il prototipo di donna alla quale Jamila dedica gran parte delle proprie composizioni: personalità vive e dalla vivida creatività, allo stesso tempo profondamente influenzate e messe in ombra dalla vicinanza di mostri sacri di sesso maschile, e, per questo, impegnate in una lotta quotidiana contro clichés secolari, che le disegnano come figurine puramente decorative.

I am not your typical girl
Throw away that picture in your head
I am not your typical girl
Work harder now, work harder

Ciascuna delle tredici tracce è pensata come un omaggio a una delle figure maschili o femminili delle quali Jamila si sente debitrice. L’album, tutto giocato su un perfetto mélange di sonorità soul, r’n’b, funk, rap e jazz, è una sorta di lungo viaggio che narra con grazia e bellezza vite che diventano i capitoli di una magnifica antologia dedicata alla storia afroamericana contemporanea.

Ecco quindi Zora, ovvero la Zora Neale Hurston, scrittrice e antropologa protagonista della Harlem Renaissance, il cui saggio How It Feels to Be Colored Me funge da ispirazione per un brano dal sapore autobiografico, una sorta di saggio di formazione con la protagonista impegnata a costruire la propria identità in una comunità a prevalenza bianca.

Must be disconcerting how I discombob’ your mold
I’ve always been the only, every classroom, every home
Kiss of chocolate on the moon, collard greens and silver spoon
Little boxes on the hillside, little boxes you can’t stick unto me
My weaponry is my energy
I tenderly fill my enemies with white light

La Sonia protagonista del quarto brano è, invece, la poetessa Sonia Sanchez, autrice di numerosi scritti dedicati all’emancipazione della comunità afroamericana, incentrati, in particolare, sulla questione spinosa dalla schiavitù, che viene rievocata nel testo cantato da Jamila assieme a Nitty Scott. Pezzo nel quale movenze jazzate e cadenze hip hop si fondono in un matrimonio perfettamente riuscito, a sottolineare con eleganza la parte cantata

It was bad, it was bad
It was bad, it was bad
It was the crying that was bad (It was the crying that was)
It was the lying that was bad (It was the lying that was)
It was the blaming that was bad (It was the blaming that was)
The self-hating that was bad (The self-hating that was)
It was the waiting that was bad (It was the waiting that was)
It was the doubting that was bad (It was the doubting that was)
It was the screaming that was bad (It was the screaming that was)
The fear of leaving that was bad (The fear of leaving that was)

Ma non mancano altri numi tutelari, quali Miles Davis, evocato in Miles o Basquiat o Frida (Khalo): tutte figure celebrate nella loro umanità, componente chiave della loro arte.

Fra gli episodi – anche musicalmente – più riusciti citiamo Sun Ra, sentito omaggio a questo intrigante protagonista della scena non solo musicale – americana: pianista jazz, scrittore, filosofo, il cui saggio  This Planet Is Doomed è l’espediente letterario per parlare di afrofuturismo. Un pezzo nel quale si intrecciano sonorità classiche e ritmi rap, in una sorta di mix che ben si adatta al soggetto della canzone.

Non meno affascinanti le tracce Muddy, ovviamente dedicata a Muddy Waters, brano sottolineato – evidentemente – da magnifici riff di chitarra elettrica o Eartha, brano nel quale Jamila si rivolge alla Kitt come suo nume tutelare.

Infine, segnalo la bellissima Octavia, brano pensato in onore di Octavia Butler, icona afroamericana, autrice della trilogia fantascientifica Xenogenesis Series: e non a caso il brano si apre con la frase: Don’t ever let a textbook scare you una sorta di mantra che possiamo utilizzare anche per Jamila e le infinite molteplici influenze letterarie e artistiche che abitano il suo universo.

A oggi, il disco più interessante dell’anno.

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9,5/10

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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