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(recensione): Aldous Harding – Designer (4AD, 2019)

Aldous Harding, Designer

Eccentrica ed enigmatica, dotata di una voce versatile ed elegante, la neozelandese Aldous Harding affascina pubblico e critica dal suo debutto, avvenuto nel 2016 con l’album omonimo.

Annunciato dal singolo The Barrell e da una tournée promozionale, pressoché ovunque sold out, ha visto la luce in questi giorni il suo nuovo, terzo album, Designer. Aldous Harding, misteriosa e criptica nei testi come nelle rare interviste concesse alla stampa, ama definirsi una musicista goth-folk. Designer, registrato a Bristol, nel Regno Unito, con le sue nove tracce, che si snodano per una durata complessiva di 40 minuti, segna una tappa importante nel percorso artistico di questa giovane musicista, che, pur senza allontanarsi radicalmente dalle sonorità minimaliste e raffinate dei precedenti lavori, è riuscita a elaborare, in questo nuovo disco, delle melodie più complesse che in passato.

Come nel caso del brano che apre l’album, ovvero Fixture Picture, ballata dall’andamento ipnotico, nella quale eleganti riff di chitarra, sottolineati da batteria e basso e, inaspettati, dagli archi, presenti nel passaggio solo strumentale, illuminano la bella voce di Aldous.

Honey, your face is folding up
As the memory kisses you goodbye
It’s better to live with melody and have an honest time
Isn’t that right?

canta la neozelandese, confermando il tenore criptico e surreale dei suoi testi, dei quali è spesso difficile reperire il vero significato.

Nuances jazzate e blues abitano Designer, secondo brano dell’album e title track, e ritornano nel più che riuscito Weight of the Planets, uno dei migliori episodi dell’album. Traccia nella quale possiamo apprezzare al meglio la duttilità e la varietà del registro vocale della Harding.

Non meno notevole, The Barrell, primo singolo estratto, pubblicato in febbraio e accompagnato a un video nel quale la protagonista fa capolino agghindata come una strega puritana d’altri tempi.

The wave of love is a transient hurt
Water’s the shell and we are the knot
But I saw a match struck outside the barrel

recita, il testo, dedicato come il resto del disco alla complessità delle relazioni sentimentali e alla paura che spesso ci assale quando ci impegniamo in un rapporto a due.

L’album, è nel suo complesso, decisamente riuscito e accattivante. Non possiamo esimerci dal citare la bella Pilot, traccia minimalista, nella quale la voce straordinaria e duttile di Aldous, è accompagnata dal solo pianoforte .

O, ancora, Zoo Eyes, brano dal sapore vagamente autobiografico e introspettivo, che più di ogni altro ci fa comprendere il processo creativo della musicista neozelandese, una sorta di flusso di coscienza al quale dobbiamo l’imperscrutabilità di certi passaggi.

Zoo eyes
Ask for me and you shall receive
Opulent fair
All rain is beads
That drain to where the mother shell meets the sea

I drove my inner child to a show
It talked all the way home
And the nectar
Zoo eyes, zoo eyes, zoo eyes

canta Harding, nella parte centrale del brano.

Infine, non possiamo non segnalarvi anche la scarna e minimalista Treasure.

Inutile dire che non mancheremo di raccontarvi le due date della tournée, previste a Parigi.
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8,2/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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