(recensione): Weyes Blood – Titanic Rising (Sub Pop, 2019)

Weyes Blood, Titanic Rising

Fa parte del gruppo delle cantautrici americane dell’ultima generazione, Natalie Mering, più nota al pubblico con il nome Weyes Blood. Esce in questi giorni il suo quarto, atteso, album Titanic Rising. Un disco importante, tanto musicalmente quanto per la filosofia che lo abita. Titanic Rising, ovvero della capacità di rinascere dopo un disastro. In una recente intervista concessa a Pitchfork è la stessa Natalie a definirne contorni e finalità: “Desidero che chi mi ascolta pensi a quanto sta succedendo, ma che senta allo stesso tempo un senso di appartenenza, di speranza e di scopo. Voglio essere sicura che tutti si sentano come se meritassero di essere vivi” spiega la cantautrice americana.

Le dieci tracce che compongono l’album ci trasportano delicatamente nell’universo musicale e poetico della giovane americana, un affascinante mélange di sonorità folk e new age, luminose e cupe allo stesso tempo, in cui melodie dal sapore antico e moderne sperimentazioni coabitano armoniosamente.

E’ la ballata pop A lot’s gonna change ad aprire le danze. Un pezzo luminoso dalle cadenze pop, sottolineato qua e là da venature elettroniche, garantite dall’uso sapiente dei sintetizzatori a conferire un tocco futuristico. Su tutto domina la bella voce di Natalie impegnata in un testo agrodolce e malinconico.

If I could go back to a time before now/ Before I ever fell down / Go back to a time when I was just a girl/ When I had the whole world / Gently wrapped around me/ And no good thing could be taken away / If I still believe that hearts don’t lie / You’re gonna be just fine, recita la prima strofa.

Mondi sotterranei, galassie lontane: gli universi descritti da Weyes Blood sono distanti e paiono irraggiungibili. Così ecco che il secondo pezzo è dedicato alla galassia di Andromeda, che a sua volta eredita il proprio nome dalla più bella delle Nereidi, la ninfa figlia di Nereo. Una ballata dolce e malinconica che rievoca certe sonorità anni 70 che non stonerebbero in un disco di George Harrison in versione solista, per l’occasione attualizzate dalle inevitabili nuances elettroniche.

Sonorità anni 70, ma non mancano ritmi più pop, rubati agli anni 60, come in Everyday, terza traccia in scaletta, che si alternano a brani visionari e ipnotici, come la cinematografica e lynchana Movies (brano introdotto dalla titletrack Titanic Rising, traccia solo strumentale) e la malinconica Mirror Forever con il suo testo di una bellezza folgorante, a coronare una melodia allo stesso minimalista e complessa. You’re a demon with a scary picture / I’m a dreamer and you’re a tiger / Got a feeling our romance doesn’t stand a chance / Stand a chance to last / You threw me out of the garden of Eden / Lift me up just to let me fall hard/ Can’t stand being your second best.

Magnifica, Something to Believe, è anche uno degli episodi migliori del disco. Una melodia luminosa e un brano che si sviluppa tutto in crescendo, malgrado la disperazione di fondo che lo abita.

I just laid down and cried/ The waters don’t really go by me / Give me something I can see/Something bigger and louder than the voices in me / Something to believe canta Natalie con la sua bella voce cristallina, creando una sorta di scarto fra la forma impeccabile del registro vocale utilizzato e il soggetto affrontato.

Quarto album per l’americana, che ci regala una delle migliori uscite dell’anno.
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8,2/10

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