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(recensione): Priests – The Seduction of Kansas (Sister Polygon Records, 2019)

Ci avevano già ampiamente convinto i Priests che, con il loro primo album, Nothing Feels Natural, pubblicato nel 2017, erano riusciti a perfezionare un disco eclettico e sperimentale, dalle sonorità garage punk venate di jazz e psichedelia. E’ stato pubblicato in questi giorni il loro secondo lavoro, The Seduction of Kansas: un disco brillante ed elaborato, in cui le asperità punk degli esordi sono mitigate da nuances più dreamrock e artpop e che ci dà la definitiva conferma del talento della band americana.

The Seduction of Kansas : titolo che evoca l’impegno politico della band, i cui testi, da sempre, si muovono in uno spazio all’intersezione fra pubblico e privato. In questo caso, The Seduction of Kansas fa riferimento alla lunga tradizione politica conservatrice di questo stato americano del Midwest, in cui una popolazione impegnata prevalentemente nel settore agroalimentare e tendenzialmente povera, premia elezione dopo elezione, incomprensibilmente, politiche contrarie al proprio benessere. What’s the Matter With Kansas? è il titolo del bestseller di Thomas Frank, pubblicato nel 2005 che profeticamente anticipava quanto avvenuto nelle più recenti elezioni presidenziali americane. E, nella titletrack, un brano veloce e ritmatissimo, in cui sonorità shoegaze e poprock (che rievocano, qua e là St Vincent) sono in dialogo, udiamo:

Bloodthirsty cherub choir, from the cornfields you sing to me/ All to the farmhouse born, majestic Kansan progeny Senator, news anchor, Superman, and Dorothy All of the Sunday dress mothers caress your face and say / It’s the last picture show, all the cowboys, they get ready / For a drawn-out, charismatic parody / Of what a country thought it used to be/ Ciphers of the state saw the summer of mercy / Wichita lineman, in the stadium they’re screaming / “It’s you, I’m the one who loves you


Velocissima e dalle sonorità classicamente punk rock la traccia che apre il disco, Jesus’s son, brano dal testo provocatorio, satira futurista, apocalittica e a tratti distopica, che consente alla lead singer Katie Alice Greer di fare un bello sfoggio delle proprie capacità vocali. 

God came to me in a dream and told me that I’m Jesus’ son / I know this world is mean, it’s lucky I’m the chosen one / I walked on eggshells backwards, this secret on my face / But now the earth calls me, I’m feral, I’m a smoking gun / Back before the sky screamed, I didn’t know I was someone /Pinkness of my feelings, a big and wet and waiting tongue / The day I walked on water, the shrapnel ricocheted /Said, “Baby, give it to me, savior, I’m how the West was won”, canta sfrontatamente la Greer. 

Gli episodi eccellenti si susseguono incessantemente. A partire dall’ironica Youtube Sartre (A little YouTube Sartre says/ “There’s no way to overthrow the bourgeoisie” /(There’s no way, there’s no way)), per proseguire con 68 Screen,  affascinante pezzo, in cui si avvicendano continue variazioni di ritmo, fino ad arrivare alla magnifica Texas Instruments, manifesto politico ispirato dal film di David Byrne del 1986 True Stories brano che chiude degnamente il disco  (Spanish conquest got the Caddo, and then Mexicans /Tonkawa fought Wichita, then white Americans / They got Texas, then U.S.A. began /Military, military, tell me of your friends, recita il testo)

Un disco sfrontato e bello, che risulta difficile incasellare in unico genere, viste le differenti sonorità elaborate dalla band: è certo che i Priests si confermano senza alcun dubbio, una delle più interessanti band attualmente in circolazione.

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8,2/10

 

 

 

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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