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(recensione): Nilüfer Yanya – Miss Universe (ATO Records, 2019)

Nilüfer Yanya - Miss Universe

Abbiamo avuto il piacere di scoprire il talento di Nilüfer Yanya lo scorso novembre, in occasione della tournée europea degli Interpol, per i quali la giovanissima musicista anglo-turca ha aperto con evidente successo le serate.

Già colpiti dal suo talento nonchè dalla qualità della musica proposta, ci siamo messi all’ascolto di Miss Universe, suo primo album, pubblicato in questi giorni, con grande interesse, sicuri di non essere delusi.  E i fatti ci hanno dato ragione.

Nata a Londra nel 1996 da padre turco e madre iraniana, Nilüfer ha una voce intensa e profonda, malgrado la giovane età. Un timbro caldo e grave che le consente di affrontare agevolmente le sonorità rock dalle venature jazzate e country soul che abitano il suo universo musicale.

Ma andiamo con ordine e veniamo alle 17 canzoni inserite in Miss Universe.  E’ un brano introduttorio dai toni sinistri e inquietanti ad aprire le danze, WWAY HEALTH™, un pezzo che, in guisa di confessione, ci dà, immediatamente il polso delle tematiche estremamente personali che saranno affrontate con grande sincerità dalla musicista londinese.  (La saga WWAY HEALTH™ proseguirà nel corso del disco, con i brevi intermezzi recitati Experience, Warning, “Sparkle” GOD HELP ME e Give Up Function, sempre giocati nello stesso registro distopico)

I felt an abnormal discomfort from the light; / I received some spot blindness from the light; / There is a sense of being watched; /There is a sense of being followed; / I often feel alone and in deep paranoia; /I often search for validation in others, recita Nilüfer nel corso dei 50 secondi del pezzo.

Secondo brano in scaletta e primo singolo estratto In Your Head, pubblicato con un videoclip dai toni e colori vagamente vintage del quale Nilüfer è protagonista assoluta, rivisita le medesime tematiche trasferendole in un contesto decisamente grunge.

I’ve hit bottom rock/  Swear I’m telling the truth / But, down here I’m dark and confused / Although I cannot tell if I’m paranoid/ Or it’s all in my head/ It’s all in my head, canta la giovane londinese, che riesce a passare con nonchalance e bravura da languide sonorità jazzate a toni più rock come in questo caso.

Bellissime, la terza e la quarta traccia, Paralysed e Angels,  sono anche fra gli episodi migliori del disco: ritmi elaborati e variati, sottolineati dal dialogo fra chitarra e percussioni, sottolineano la bella voce della giovane inglese, che la modula sapientemente a seconda delle esigenze del brano.

 

Can’t keep the floor from stopping/  An angel laughs down from the sky / I get the feeling that I could drop in
They’re growing jealous of you and I, recita il ritornello di questo pezzo, liberamente ispirato ai racconti distopici della scrittrice britannica Malorie Blackman. 

L’universo musicale di Nilüfer è complesso e variegato, ma la giovane inglese padroneggia i diversi registri con maestria ed è con eleganza e bravura che la vediamo surfare fra le amate sonorità jazzate e soul  di Paradise o della bellissima Baby Blue, al sound pop di Tears.

Magnifiche anche Heat Rises con le sue sonorità vagamente eighties e il suo ritmo accelerato e l’acustica Monster Under the Bed, che la londinese ha rivelato aver scritto quando aveva solo 15 anni e ci pare una ennesima conferma della sua indiscutibile maturità.

L’album si chiude nel migliore dei modi con la malinconica Heavyweight Champion of the Year, con il suo ritmo sincopato e il suo testo folgorante, a suggellare una delle migliori uscite dell’anno per un’artista che farà parlare di sè.

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8,2/10

 

 

 

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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