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(recensione): Pond – Tasmania (Marathon Artists, 2019)

Band nata a Perth in Australia nel 2008, i Pond possono vantare un percorso singolare e una produzione musicale di tutto rispetto. Sebbene il nucleo centrale – cuore pulsante del gruppo – sia composto dagli immancabili Nick Allbrook, Jay Watson e Joe Ryan, nel corso degli anni hanno preso parte al progetto anche i – forse – più noti Tame Impala, Kevin Parker e Cameron Avery. Ed è proprio a Parker che è stata affidata la produzione di quest’ ultima fatica della band, arrivata al suo ottavo album in studio.

Si chiama Tasmania ed è stato pubblicato lo scorso 1 marzo: nelle intenzioni degli autori – che ne hanno abbondantemente discusso nel corso di un’intervista concessa alla webzine australiana MusicFeeds – le dieci tracce che lo compongono, e che si dipanano per la durata di circa 48 minuti, sono una sorta di meditazione sulle condizioni del nostro pianeta, martoriato dalle conseguenze di azioni irresponsabili, macchiato dal sangue di vittime innocenti e da tragedie delle quali si vuole, in una logica machista, fuggire ogni responsabilità.

Pensato e composto come naturale proseguzione di The Wheather, disco del 2017, Tasmania, del suo predecessore conserva le medesime sonorità eteree e sognanti, nonchè le già accennate tematiche di fondo – che indaga con la medesima puntigliosità.

Secondo singolo estratto dall’album, Daisy, è stato pubblicato lo scorso 10 gennaio, insieme ad un video dal sapore primaverile ambientato nello stato di Victoria, nelle terre abitate dai Kulin e Nyoongar, a cui il pezzo è dedicato

 

Il brano, decisamente orecchiabile e forse fin troppo semplice per struttura e concezione, alterna delle cadenze dreampop alle venature psichedeliche che sono il segno distintivo della band. Non si tratta, a nostro avviso, del miglior biglietto da visita per un album che ci regala gli episodi più interessanti in altre circostanze.

A partire, per esempio, dal secondo brano, Sixteen Days, primo singolo, apparso in ottobre, un riuscito mélange di sonorità psichedeliche e nuances funky attraversate da brillanti venature elettroniche, che ben si sposa all’atmosfera surreale e un po’ seventies del videoclip che lo accompagna.

Nuances glam rock seventies venate di psichedelia – una sorta di omaggio al nume tutelare di Nick Allbrook, David Bowie sono disseminate un po’ in tutto l’album. A partire dalla magnifica e  solenne, nonchè decisamente dilatata (si estende per più di otto minuti),  Burnt Out Star, per continuare con la titletrack, Tasmania – in cui l’usuale psichedelia glam della band flirta con imprevedibili nuances soul. 

Interessanti sperimentazioni abitano anche Hand Mouth Dancer uno dei momenti più felici dell’album. Nuances elettroniche garantite dall’uso sapiente di sintetizzatori in dialogo con sonorità più classicamente rock, suggerite da brillanti riff di chitarra, perpetuando quello che sembra essere il fil rouge del sound elaborato tanto dai Pond che dei “cugini” Tame Impala, ovvero una psichedelia che non disdegna rimandi a sonorità d’antan. Fra i pezzi da ascoltare vi segnalo anche Goodnight P.C.C. brano dagli affascinanti intermezzi solo strumentali che ci permette di apprezzare la voce di Nick, che nel corso delle dieci tracce riesce a fare ampio sfoggio del suo range vocale.

Per quanto concerne i testi, pur non essendo in presenza di capolavori indimenticabili, è innegabile che ben si adattino alle tematiche affrontate e che svolgano con intelligenza il proprio compito, evitando l’inevitabile retorica che in casi del genere è sempre dietro l’angolo. L’autoironia di fondo – voluta o involontaria – della band è una bella ancora di salvezza capace di evitare i toni apocalittici che risulterebbero del tutto fuori luogo in un contesto rock. La notazione non puo’ che essere, nel complesso positiva.

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7,4/10 

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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