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(recensione): Dido – Still on my Mind (RCA, 2019)

C’è stato un momento, fra gli ultimi anni del secolo scorso e la metà degli anni 2000, in cui Dido era una regina incontrastata del pop britannico, con brani talmente accattivanti da attirare l’attenzione persino di Eminem, a sua volta, in quei tempi, in vetta a tutte le più prestigiose top ten, da un lato e l’altro dell’oceano. Indimenticabile il ritornello della sulfurea Stan scandito dalle soavi note di Thank You, brano tratto dall’album del debutto, No Angel. La carriera di Dido è poi proseguita fra alti e bassi, senza tuttavia mai riuscire a ripetere l’exploit degli esordi.  Still on My Mind, pubblicato lo scorso 8 marzo, arriva a distanza di 6 anni da Girl Who Got Away, album che aveva lasciato  un poco con l’amaro in bocca critica e pubblico, nonostante le sperimentazioni elettroniche – non sempre riuscite –  e malgrado la presenza, episodica, di Kendrick Lamar. Still on my Mind, diciamolo subito, si colloca in una posizione intermedia e contiene qualche elemento pregevole che gli fa guadagnare la piena sufficienza, nonostante, anche in questo caso, manchino delle potenziali hit, brani talmente forti da farsi ricordare nel tempo.

Ma andiamo con ordine.

E’ ad Hurricanes che spetta il compito di aprire le danze. Primo singolo estratto dall’album, pubblicato in novembre, si sviluppa tutto in crescendo, alternando sonorità acustiche a venature sintetiche. La traccia è dominata, in un caso e nell’altro, dalla bella voce di Dido, inconfondibile nel suo delicato e soave fraseggio.

And I wanna see you as you walk through the door/ and time will make us, some ways less and some ways more, canta Dido e siamo immersi, da subito, nel suo universo romantico e malinconico.

I brani in scaletta sono dodici, per una durata di circa 45 minuti. Sonorità che rievocano le venature sognanti e romantiche tipiche dei brani più famosi del repertorio di Dido si trovano disseminate qua e là un po’ in tutto il disco.

In Give You Up per esempio, seconda traccia dell’album, accompagnata da un videoclip promozionale, o in Some Kind of Love o nella stessa titletrack Still on My Mind, dove sono tuttavia miscelate a nuances più elettroniche, garantite dal sapiente uso dei sintetizzatori, che le donano una indiscutibile freschezza. Possiamo annoverarla senza dubbio fra i momenti migliori del disco.

Un altro episodio felice è assicurato dall’esperimento dance, riuscito, di Mad Love, che ci mostra come Dido sia in grado di adattare la propria voce a seconda del ritmo che abita il pezzo nel quale, di volta in volta, si trova impegnata. E la voce della musicista britannica è forse proprio il vero comune denominatore delle dodici tracce di un un album nel quale le sperimentazioni non mancano, anche a dispetto di una certa incoerenza di fondo.

E cosi’ eccoci passare dalle movenze dance di Mad Love alle venature elettroniche di Take You Home  e Hell After This fino ad arrivare alle cadenze eteree, quasi new age, di Have to Stay, pezzo che chiude degnamente l’album.

Un disco onesto e gradevole, sebbene non si tratti di un capolavoro indimenticabile. Ma siamo felici di tributargli una notazione più che positiva.

6,8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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