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(recensione) : Solange – When I Get Home (Columbia, 2019)

Suona come una dichiarazione d’amore a Houston (Texas), sua città natale, il nuovo, quarto album di Solange Knowles, When I Get Home. Un disco che arriva a poco meno di tre anni dalla pubblicazione di A Seat at the Table, piccolo gioiello r’n’b che ha avuto il pregio di renderla nota al grande pubblico, a dispetto del fatto che gli esordi della trentatreenne musicista texana si debbano far risalire quantomeno ai primi anni 2000.

Nei due anni e mezzo abbondanti che sono intercorsi fra un disco e l’altro, Solange, che come la più famosa sorella, Beyoncé, non manca di fascino ed è, in poco tempo, diventata la beniamina di una certa stampa su carta patinata, si è trovata spesso ospite di eventi e vernissage ai diversi lati del globo: Los Angeles, New York, Parigi o Londra. Attività che evidentemente vanno strette alla Knowles che ha compiuto una virata di 360 gradi e ha deciso di dare una  risposta all’intimo bisogno di riconnettersi alle proprie radici, con le 19 tracce che compongono l’album.

Un lungo viaggio verso casa, 19 tasselli di un mosaico fatto di immagini, parole e colori: il tutto illuminato dal sound straordinario creato da Solange, nel cui universo coesistono soul, blues, jazz e funk.

Un’atmosfera rarefatta creata dal dialogo di pianoforte e sintetizzatori abita la prima traccia dell’album, l’introduttiva Things I Imagined,  brano che ci trasporta fino al secondo interludio, S McGregor,  dedicato alla celeberrima e omonima circonvallazione di Houston. Le voci che udiamo sono quelle delle sorelle Debbie Allen & Phylicia Rashad, come Solange originarie della città e come Solange e Beyoncé star dall’indiscusso talento della black community  a stelle e strisce.

And now my heart knows no delight/ I boarded a train / Kissed all goodbye
I boarded a train / Kissed all goodbye /And now my heart knows no delight, udiamo nei 17 secondi del pezzo, il cui testo si deve alla penna di Vivian Allen Ayers, che di Allen e Rashad è la madre.  I brani si susseguono velocemente, uno dietro l’altro. Vividi i riferimenti a strade e paesaggi della città americana e più in particolare di quella parte sudorientale in cui Solange è cresciuta e ha mosso i primi passi. Dopo S McGregor, Exit Scott (uno dei 5 interludi presenti sull’album). O ancora la struggente Beltway, come a voler definire il  perimetro che contiene quella che si puo’ davvero dire casa.

Nostalgia e comunanza sono i due temi che tessono il fil rouge dell’album. E non possono mancare quindi i riferimenti all’appartenenza alla comunità afroamericana nei pezzi più significativi del disco, quali la splendida Stay Flo o Almeda, quartiere di Houston che ha visto nascere  negli anni 90 il sound chopped & screwed, sottocategoria del genere hip hop, sul cui ritmo è scandita proprio questa traccia. La strofa Black baes, black things /These are black-owned things / Black faith still can’t be washed away,  risuona orgogliosamente sullo sfondo del brano, che vede comporsi l’insolito, ma riuscito, trio The-Dream, Playboi Carti e Knowles. 

Estremamente variato nella sua profonda coerenza, il disco declina con maestria le differenti influenze che abitano l’universo musicale di Solange. Si passa cosi’ dal languido r’n’b di Stay Flo alle atmosfere jazzate di My Skin is A Logo, pezzo nel quale Solange duetta con nonchalance con Gucci Mane, con un back up assicurato nientemeno che da Tyler, The Creator.

Altri episodi notevoli non mancano. Accanto ai brani citati non possiamo non evocare il sound groovy di Way to the Show o il languido swing di Sound of Rain, e, quasi a sancire lo status di superstar raggiunto, la collaborazione con The Dream, storico produttore r’n’b, già autore di pietre miliari per Rhianna, Britney Spears e Beyoncé, concretizzatasi in occasione di Binz, brano accompagnato dall’immancabile videoclip.

 

Scommessa vinta e disco decisamente riuscito per Solange,  che attendiamo di poter ascoltare in versione live, la prossima estate nel corso di uno o più dei tradizionali festival europei.

8,8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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