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(live report): Kamasi Washington @La Cigale (Paris, 7 marzo 2019)

E’ una lunghissima fila che si allunga per tutto l’isolato quella che attende pazientemente, già alle 18.30, di entrare alla Cigale per assistere al live di Kamasi Washington, nonostante la pioggerellina primaverile che cade senza interruzione dal primo pomeriggio. Fatto insolito per Parigi, che ci dà il polso del fascino che il sassofonista americano, reduce dalla pubblicazione del grandioso Heaven and Earth, esercita su un pubblico decisamente trasversale, per età, cultura e provenienza geografica. Grandioso è indubbiamente l’aggettivo che descive al meglio il sound di Kamasi, impegnato dagli esordi in una rivisitazione della musica jazz, declinata in infinite ibridazioni. Una sorta di jazz fusion mescolata a funk e soul, dominata dal sax prorompente del gigantesco musicista californiano, già collaboratore di Kendrick Lamar. Ma veniamo al racconto della serata.

La première partie, senza infamia e senza gloria è lasciata alla dance elettronica di Gary Gritness. Una scelta non molto felice per un’esibizione decisamente dimenticabile e forse un po’ troppo debole, soprattutto alla luce di quanto ci aspetta subito dopo.

Sono le nove, quando, come di consuetudine, fa il suo ingresso in scena Kamasi, introdotto dalle note registrate su nastro di Get Up Offa That Thing di James Brown, uno dei punti di riferimento dichiarati di Washington.

Kamasi ama le melodie che si mescolano e si sovrappongono e non disdegna di lasciare, spesso, generosamente, il palco ai componenti della sua band. Per l’occasione il musicista losangelino è affiancato dalla lead vocalist Patrice Quinn e Rickey Washington, suo padre, che lo accompagna al sax tenore e al flauto. Brandon Coleman alle tastiere, Miles Mosley al basso, Ryan Porter al trombone e Ronald Bruner Jr e Tony Austin, alla batteria, completano il team.

I brani in scaletta, equamente tratti da The Epic, da Harmony of Difference e dal più recente Heaven and Earth, come sempre, sono presentati in una forma dilatata e inframmezzati da improvvisazioni alla Coltrane, che sono un po’ il biglietto da visita di Kamasi, così da creare una sequenza fluida e appassionante. E gli episodi significativi non mancano, a partire da una versione estesa di Street Fighter Mas in apertura di concerto, o sul finale, l’epica Fist of Fury che ci dà l’opportunità di riascoltare la bella voce di Patrice Quinn, già udita in occassione delle magnifiche The Rhythm Changes e Truth.

Viene data anche a Miles Mosley la possibilità di fare sfoggio del proprio talento, ed eccolo quindi impegnato in una versione struggente di Abraham, brano dal sapore biblico e dalle venature alla Jimi Hendrix, che lo vede protagonista assoluto, ed applauditissimo, del palco.

Applaudita anche la “battaglia” (se cosi’ possiamo definirla) fra batteristi che vede impegnati Bruner e Austin in un esercizio di bravura che entusiasma una sala già decisamente conquistata dallo charme del jazzista californiano.

Even if we’re not the same, we all can be one, dice, con un tono quasi profetico Kamasi a un pubblico in estasi, che approva con un lungo applauso. Difficile abbandonare la sala, alla fine della serata.

Kamasi Washington si conferma indubbiamente una delle realtà più convincenti della scena musicale contemporanea.

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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