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(recensione): Julia Jacklin – Crushing (Transgressive, 2019)

Julia Jacklin - Crushing

Ha solo 28 anni Julia Jacklin, giovane musicista australiana, cresciuta nella regione delle Blue Mountains, nel Nuovo Galles del Sud, a una cinquantina di km da Sydney. Crushing, pubblicato lo scorso 22 febbraio è il suo secondo album in studio e arriva a tre anni di distanza da Don’t Let the Kids Win, disco con il quale aveva clamorosamente debuttato, facendosi apprezzare tanto dalla critica quanto dal pubblico.

E’ un universo malinconico e sognante, abitato da sonorità a metà strada fra l’alternative folk e l’indie pop, sottolineato da testi originali e personali, quello descritto da Julia, che si è ben presto allontanata dal pop un po’ facile e mainstream della sua beniamina Britney Spears, sulle cui tracce, ama raccontare, si è avvicinata, ancora bambina, alla musica, prediligendo, oggi, nuances più raffinate ed eleganti che non stonerebbero nel repertorio di Neil Young o Bill Callahan.

Le dieci tracce che fanno parte di Crushing sono state scritte nei due lunghi anni seguiti alla pubblicazione di Don’t Let the Kids Win, periodo durante il quale Julia è stata impegnata in un tour promozionale. Due anni difficili, segnati da una dolorosa rottura sentimentale che è diventata evidentemente il tema conduttore dei testi, belli e malinconici.

E’ l’intensa Body, primo singolo estratto, pubblicato in ottobre e accompagnato da un video ambientato in un lunare paesaggio australiano, ad aprire le danze. Una traccia dalla struttura minimalista ed elegante, sottolineato dallo struggente dialogo fra batteria e chitarra a illuminare un testo profondo e sincero.

Never got the money back for that weekend / Right there on the Sydney tarmac / I threw my luggage down / I said, “I’m gonna leave you /I’m not a good woman when you’re around” / That’s when the sound came in / I could finally see / I felt the changing of the seasons /All of my senses rushing back to me, canta la giovane musicista autraliana.

Nuances meno malinconiche abitano il secondo e il terzo pezzo, Head Alone (che è anche il secondo singolo estratto dall’album) e Pressure to Party, brani dalle cadenze vagamente country e dal ritmo serrato che raccontano a loro modo il desiderio di solitudine di Julia, a cui evidentemente vanno strette le relazioni obbligate e certe convenzioni sociali.

Sono tuttavia le ballate sentimentali gli episodi migliori del disco e sono anche i momenti in cui la musicista australiana riesce ad esprimere al meglio il proprio talento.

E’ il caso di Don’t Know How to Keep Loving You o di When the Family Flies In, la prima dominata dalla chitarra, la seconda sottolineata dalle note del pianoforte, entrambe ingentilite dalla bella voce di Julia che ci offre strofe di raffinata intensità.

Concludono il disco Turn me Down e Comfort e lo fanno nel migliore dei modi. La prima, con il suo ritmo ipnotico e le sue continue variazioni di registro, si sviulppa in crescendo. Con il suo testo scorato è anche uno dei brani più belli dell’album: Pulled off the highway/ Found a place to sit / He took my hand, said I see a bright future / I’m just not sure that you’re in it, canta Julia. Chiude Crushing, Comfort, traccia minimalista ma, a ben vedere, permeata da toni decisamente più ottimisti. Are you thinking of me too? /I was so happy all those years with you / I’ll be okay / I’ll be alright / I’ll get well soon, recita la strofa finale della canzone e dell’album, a conferma del potere terapeutico della musica.

Un disco bello e intenso per una musicista raffinata che attendiamo in versione live nei prossimi mesi.

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7,6/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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