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(recensione): Blood Red Shoes – Get Tragic (V2/Jazz Life, 2019)

Duo di Brighton composto da Laura-Mary Carter e Steven Ansell e nato a Berlino dalle ceneri delle precedenti esperienze musicali dei due protagonisti, i Blood Red Shoes sono attivi sulla scena indie dal 2004 e da allora non hanno mai cessato di sperimentare e ricercare le nuances in grado di riflettere al meglio il loro singolare universo musicale. Una prima tappa importante nella loro carriera giunge con l’album del debutto, Box of Secrets pubblicato nel 2008, prova grazie alla quale gli inglesi hanno fatto breccia nel cuore di pubblico e critica, colpiti indubbiamente dalle sonorità originali della band, un sorta di LA sound, a metà strada fra garage rock e noise pop, arricchito da potenti riff di chitarra e batterie martellanti. Il tutto, sottolineato dai testi ricercati e sofisticati della Carter. A questo primo episodio sono seguite altre quattro prove, con esiti non sempre all’altezza delle aspettative, inframmezzate da una breve pausa solista di Laura-Mary, culminata con una esibizione a Londra nel giugno del 2016, fino ad arrivare ai nostri giorni. Risale infatti a fine gennaio la pubblicazione del quinto album in studio di Laura-Mary e Steven, dall’emblematico titolo Get Tragic. Un album bello e maturo, registrato proprio in California con l’ausilio di Nick Launey e Adam Greenspan, già collaboratori fra gli altri di Nick Cave, e che rielabora le sonorità che costituscono il DNA della band, fino ad ottenere undici tracce magnificamente costruite e coerenti.

E’ sulle note dalle venature elettroniche di Eye to Eye che si apre il disco. Una lunga cavalcata malinconica sul tema di una complicata relazione sentimentale, ritratta a tinte vivide dalla penna folgorante di Laura-Mary. You’ll go missing when you get bored/ You never liked to be ignored / Up and down like a seesaw /What are you fighting for?
Chain reaction, what do you expect? / I can’t give in just yet / I’m the cure for your heavy heart / Don’t play with this heart, udiamo nella prima strofa del pezzo (che rievoca la collaborazione spesso difficile tra i due).

Non meno affascinante il secondo brano in scaletta, Mexican Dress, primo singolo estratto da Get Tragic. Brano accompagnato da un videoclip piuttosto semplice, nel quale si vedono i due impegnati a suonare su uno sfondo nello stesso tono di verde della copertina del disco, la traccia è costruita attorno all’insolito dialogo fra le percussioni di Steven Ansell e i sintetizzatori, fino ad ottenere delle nuances decisamente rock.

Un ritmo martellante domina anche pezzi come Bangsar e Anxiety, in cui sonorità elettroniche, noise e rock si mescolano fino a creare intrecci sofisticati e accattivanti sottolineati ora dai cupi riff di chitarra della Carter ora dalla batteria forsennata di Ansell, ora dalle note del sintetizzatore. Sono indubbiamente due fra gli episodi più riusciti del disco.

Notevoli, infine anche Howl e Elijah, brano che chiude il disco nel migliore dei modi.
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8,3/10

Coeurs & Choeurs - de l'actualité indierock - Mariangela Macocco Mostra tutti

For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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