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(recensione): Il rumore della tregua – Canzoni di festa (self-released, 2019)

Canzoni di festa: è questo il titolo del secondo album in studio dei milanesi Il rumore della tregua. Una seconda prova fortemente attesa per la band lombarda, che aveva saputo attirare l’attenzione di critica e pubblico già nel 2014 con l’album del debutto, Una trincea nel mare, e, successivamente con l’EP Radici, del 2016 (di cui ricordiamo in particolare una versione italiana decisamente riuscita di A l’envers, à l’endroit dei Noir Désir) .

Per il nuovo lavoro, la band, capitanata da Federico Anelli, voce e chitarra del quintetto (a cui si aggiungono Andrea Schiocchet alla batteria, Marco Torresan, chitarre e banjo, Marco Cullorà al basso e Marco Confalonieri alle tastiere), si è affidata alla produzione di Giuliano Dottori, cantautore e multistrumentista italo-canadese, già membro dei mitici Amor Fou. Collaborazione di peso, che sottolinea la maturazione di un gruppo che ha saputo, nel corso degli anni, sviluppare un sound unico e originale, a metà strada fra il migliore cantautorato italiano e atmosfere alternative country che paiono rubate al deserto americano. Un sound, peraltro, ostinatamente ricercato dai milanesi, da sempre alla ricerca del perfetto equilibrio fra questi due ingredienti, così come dichiarato da Anelli nel corso di una lunga intervista concessa a Shiverwebzine, in occasione della pubblicazione dell’album, avvenuta a metà gennaio.

Le dieci tracce in scaletta si dipanano come il racconto di un lungo viaggio, fra isole del mediterraneo baciate dai raggi della luna e riti sciamanici: personaggi singolari e non convenzionali, impegnati in guerre perse forse prima di essere combattute ne sono i protagonisti. L’album si apre sulle note di Sant’Elena, brano interloucutorio della durata di poco più di un minuto e mezzo, ma di notevole impatto.

Dominato dal dialogo struggente fra chitarra e mellotron ci conduce, con il suo magnifico arpeggio, al secondo pezzo, Appeso, che ne conserva le venature e le moltiplica. Sonorità desert-rock dalla cadenza ipnotica, sottolineate da folgoranti riff di chitarra e giri di basso fanno da sfondo a un testo bello e malinconico, nella migliore tradizione cantautoriale italiana. E’ decisamente uno degli episodi più riusciti del disco, nonchè il perfetto biglietto da visita della band, di cui sintetizza al meglio la filosofia di fondo.

Non è meno riuscito il terzo brano, ovvero Bufalo, con il suo testo dal sapore sciamatico e le sue cadenze bleus, che fissano il sound della band, con decisione, all’intersezione fra tradizione italiana e universo a stelle e strisce.

O ancora Fango, brano dal testo folgorante che si sviluppa sullo sfondo di un melodia struggente scandita da chitarra, basso e batteria.

Non possiamo esimerci dal citare, poi, fra gli altri, brani come Danny Il Greco, con il suo protagonista, un outsider celebrato dalle note di questa bella ballata country (nella quale fa capolino, per i cori, la voce di Federica Carobene) o Canzone di Festa personale declinazione di una canzone d’amore secondo le intenzioni di Federico Anelli, che impreziosisce frequentemente i testi delle proprie composizioni con immagini poetiche o metafore.

La galleria di personaggi borderline prosegue brano dopo brano. E così ecco Naira, e Osso, al quale è dedicato l’ultimo titolo dell’album. Nel complesso un lavoro decisamente riuscito per una band originale dal talento indiscusso di cui torneremo a occuparci più diffusamente.
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8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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