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(recensione): Lou Doillon – Soliloquy (Barclay, 2019)

Modella, attrice, icona di stile, figlia e sorella d’arte. E’ tutto questo e mille altre cose ancora la magnifica Lou Doillon. Al ricchissimo curriculum della trentaseinne anglo-francese, occorre aggiungere anche i titoli di cantautrice e musicista di talento. Lou giunta al terzo album, può essere considerata ormai una stella di prima grandezza nel panorama transalpino.

E’ stato pubblicato in questi giorni con l’etichetta Barclay, Soliloquy, e, possiamo dirlo sin da subito, si tratta di un lavoro complesso, maturo e bellissimo, che ci trasporta con ferma dolcezza nell’universo poetico e musicale della bella musicista francese.

Sono trascorsi sette anni da Places, opera prima della Doillon, disco prodotto sotto le ali protettrici di Etienne Daho, che aveva fatto conoscere la più giovane delle figlie di Jane Birkin al grande pubblico. Un secondo album pubblicato nel 2015 con il titolo Lay Low, aveva segnato una svolta musicale, sottolineata da sonorità sempre più blues e jazzate, anche grazie alla collaborazione con gli americani  Timber Timbre, ai quali si devono le atmosfere minimaliste e a tratti gotiche del disco.

Il terzo capitolo della carriera di Lou, Soliloquy, soliquio, titolo di per sè già evocativo del dialogo interiore che ha indubbiamente influenzato le sonorità che abitano le dodici tracce in scaletta, segna un’ulteriore svolta nella carriera della Doillon. I toni cupi del precedente lavoro lasciano spazio a nuances più colorate e a venature brillanti che contribuiscono a definire un registro unico e inconfondibile.  E così ecco che sonorità classicamente post-punk si sposano splendidamente a nuances elettroniche, in un dialogo fecondo con le venature più jazzate e blues, già distintive dello stile della francese, contribuendo a disegnare atmosfere che, con eleganza infinita, sfidano le più classiche leggi spazio-temporali.

Dodici brani che raccontano personaggi femminili fragili e forti allo stesso tempo, che si mettono in discussione ma, allo stesso tempo, non rinunciano al dialogo con l’altro sesso. E’ il caso di Brother il titolo che apre il disco. E lo fa nel migliore dei modi. Brano dal ritmo coinvolgente, ha la trama di una lunga cavalcata che si svolge tutta in crescendo.

 

Ed è il caso anche di Burn primo singolo estratto dall’album, accompagnato da un video che illustra magnificamente e con grande efficacia il sincretismo a-temporale che abita le dodici canzoni.  Classiche sonorità rock sono attualizzate dall’ arrangiamento decisamente contemporaneo garantito dalla produzione solida ed efficace di Dan Levy (dei The Dø), presente su tre tracce, e del talentuoso multistrumentista  Nicolas Subréchicot, che accompagnerà la Doillon nel corso della prossima toutnée.

O, ancora, evochiamo, magnifico, il duetto con Cat Power, It’s You  che si risolve in un brano intenso e  struggente, con le due belle voci armoniosomante impegnate in un dialogo accompagnato da chitarra acustica, armonica e pianoforte.

Ma sono innumerevoli gli episodi eccellenti di questo bellissimo lavoro. Citiamo, ancora, All These Nights, brano nel quale la voce calda della Doillon è sottolineata da un tappeto di sintetizzatori che contribuiscono a creare un effetto insolito ma accattivante.

O Flirt, con il suo ritmo sincopato, perfetto preludio a Nothings, dolce e struggente ballata che precede la magnifica titletrack Soliloquy.

Un album bellissimo e riuscito, dicevamo, quello di Lou Doillon, che attendiamo di vedere  ben presto in concerto.

Una versione in francese della recensione è disponibile a questo link. 

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9/10

 

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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