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(recensione): Sharon van Etten – Remind Me Tomorrow (Jagjaguwar, 2019)

Remind Me Tomorrow, quinto album della cantautrice americana Sharon van Etten, arriva in questi giorni, a distanza di quasi cinque anni dal precedente lavoro, Are We There. I cinque anni che hanno marcato la distanza fra i due album, se si esclude la pubblicazione di I Don’t Want to Let You Down, EP apparso nel 2015 sono stati proficuamente impiegati da Sharon in attività extra-musicali ma senza dubbio arricchenti. Prima di tutto, la maternità, nel 2017, ma anche il ritorno fra i banchi di scuola per terminare gli studi di psicologia interrotti anni fa e infine l’inizio di una carriera davanti la macchina da presa per la serie Nexflix The OA e un ruolo per il nuovo capitolo di Twin Peaks diretto da David Lynch.

La notizia di un nuovo disco è stata quindi accolta con entusiasmo sia dalla critica che dai numerosi fan della musicista newyorkese ed è con trepidazione che anche la scrivente si è messa all’ascolto delle dieci tracce presenti sull’album.

Primo singolo estratto, Comeback Kid, è un brano  accattivante e dal ritmo scatenato scandito da chiterra e batteria, in dialogo, in quest’occasione con tastiere e sintetizzatori che aggiungono venature elettroniche e discopop a nuance più classicamente indiepop.

Seventeen, il secondo singolo estratto, pubblicato a inizio gennaio assieme a un videoclip girato a New York, è allo stesso tempo un omaggio  che Sharon riserva alla propria città natale e agli anni della propria adolescenza.

La penna di Sharon ci offre qui liriche fra le più riuscite dell’album: Downtown hotspot / halfway through this life / I used to feel free, or was it just a dream? / Now you’re a hotshot, think you’re so carefree/  But you’re just seventeen, so much like me/ You’re just seventeen, you’re just seventeen/ seventeen canta la giovane cantautrice newyorkese in un brano  tutto in crescendo nel quale, come spesso in questa nuova produzione, gli strumenti sintetici fanno capolino e arrivano a dominare sullo sfondo di una trama più tradizionale.

Non meno riusciti gli altri brani dell’album. A partire dal pezzo in apertura,  I Told You Everything, uno dei tanti esempi della capacità della Van Etten di raccontare storie e disegnare atmosfere con semplici, ma folgoranti, immagini a volta appena accennate. Sitting at the bar, I told you everything/  You said, “Holy shit, you almost died” /Sharing a shot, you held my hand / Knowing everything, knowing everything, we cried / I told you everything about everything, udiamo nelle primissime strofe.

O la bella ballata Malibu, uno degli episodi più belli del disco, brano dominato da un magnifico pianoforte, in dialogo con il sintetizzatore. Evidente il marchio di fabbrica lasciato da John Congleton (già presente nelle produzioni di St Vincent e Angel Olsen), al quale si devono le sfumature più marcatamente elettropop del lavoro.

E’ il caso di Jupiter 4, traccia attraversata da atmosfere cupe, sottolineate dai sintetizzatori in dialogo con le percussioni. O di You Shadow, brano introdotto dalle magnifiche note dell’organo.

Chiudono l’album Hands e Stay, due brani che confermano le nuove nuances elaborate da Sharon, impegnata amescolare con sapienza sonorità classiche a venature sofisticatamente elettroniche capaci di accentuare le tonalità gotiche e notturne della sua voce, particolarmente eterea nel brano che chiude il disco.

Un ritorno senza dubbio riuscito, quello di Sharon, per un album che figura fra i migliori di questo debutto di 2019, anno che si presenta foriero di novità di grande qualità.

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9/10

 

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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