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(recensione): James Blake – Assume Form (Polydor, 2019)

Quarto album in studio per l’inglese James Blake, Assume Form, pubblicato a metà gennaio è un lavoro complesso e multiforme e, allo stesso tempo, coerente e fedele allo stile del suo autore. In un’intervista concessa a itunes in occasione della release date, lo scorso 18 gennaio, è lo stesso Blake che ne ha definito i confini e stabilito le finalità. Meno astratto rispetto a quanto proposto nel passato e influenzato dal lavoro di musicisti amici (alcuni sono stati invitati da James a collaborare ad alcune delle tracce) Assume Form porta a maturazione un percorso artistico in costante crescita. Pubblicato a distanza di tre anni dal magnifico The Colour in Anything , il più recente lavoro del musicista britannico residente da qualche anno in California è dedicato alla bella Jameela Jamil, fidanzata di Blake e può contare sulla presenza di musicisti prestigiosi che fanno capolino fra una traccia e l’altra: ROSALÍA, stella nascente della scena indiepop ispanica, André 3000, Travis Scott e Metro Boomin si alternano al microfono con James, contribuendo alla bellezza folgorante dei dodici brani presenti in scaletta.

Ma andiamo con ordine.

E’ la title track Assume Form ad aprire le danze. Piano e sintetizzatore, in dialogo, tessono una trama sonora intensa e struggente, perfetto sfondo per uno dei testi più riusciti dell’album.

I will assume form, I’ll leave the ether/ I will just fall and be beneath her /I will be touchable, I will be reachable/ ‘Cause I can already see that this goes deeper /
Now you can feel everything /Doesn’t it seem more natural? /Doesn’t it see you float?
Doesn’t it feel connective? canta Blake.

Frutto della collaborazione con il rapper e produttore texano Metro Boomin, Mile High, e Tell Them sono brani di estrema eleganza: forti di melodie raffinate, riescono a declinare con maestria le sonorità più classiche del repertorio di Blake.

Ma si tratta solo di un assaggio di quanto ci attende subito dopo, ovvero i brani migliori dell’album. A partire dalla meravigliosa Into the Red, commovente e poetica dichiarazione d’amore a Jameela. And the credit goes to her/ It’s the bad day speaking red/ Gotta keep her in my sights / Gotta keep her in my life canta James, sullo sfondo di una melodia dal sapore orientaleggiante che si sviluppa in crescendo.

Non meno belle le due collaborazioni con ROSALÍA e Andre 3000, Barefoot in the Park e Where’s the Catch. Un magnifico dialogo in spagnolo e inglese, nel primo caso, si staglia sullo sfondo di una melodia sincopata e ritmatissima. Nel secondo caso, sono le voci di Andre e James ad alterarsi al microfono, emergendo su una intricata trama che si gioca fra continue variazioni di ritmo.

Infine non posso non segnalarvi le struggenti Don’t Miss It, dalle sonorità eteree e sognanti, e in chiusura Lullaby for My Insomniac, che chiudono alla perfezione un album di una qualità e bellezza assolute e incontestabili.

9,5/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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