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(recensione): Deerhunter – Why Hasn’t Everything Disappeared (4AD, 2019)

Sarà pubblicato il prossimo 18 gennaio Why Hasn’t Everything Disappeared, ottavo album in studio degli americani Deerhunter, gruppo di punta della scena alternative rock a stelle e strisce.  Scena dalla quale la band non si è mai allontanata, rifuggendo con decisione le sirene del pubblico mainstream e dimostrando una fedeltà ai propri valori e una coerenza che, nel corso degli anni, hanno dato i loro frutti. Registrato nel profondo sud degli Stati Uniti, a Marfa, minuscolo villaggio rurale della contea di Presidio, nel deserto texano, Why Hasn’t Everything Disappeared è una delle prime uscite di peso del 2019 ed è, evidentemente un disco attesissimo. Preceduto dalla pubblicazione di Double-Dream of Spring, album in gran parte solo strumentale reso disponibile su cassetta questa primavera,  in un’edizione limita a soli 300 esemplari, il nuovo disco della band americana giunge a distanza di 4 anni da Fading Frontier, lavoro che aveva convinto tanto critica che pubblico. Non meno convincente ci pare questa nuova prova, che conferma il talento del sestetto guidato dall’introverso ma talentuoso lead singer Bradford Cox.

Complesso ed estremamente variato, Why Hasn’t Everything Disappeared  è, malgrado la sua modernità, un album ricco di innumerevoli riferimenti a sonorità d’antan, rivisitate e rilette alla luce della sensibilità di Cox e accoliti: Brian Eno e David Bowie, sopra tutti, ma, evidenti, risultano anche le allusioni all’american songwriting, soprattutto nei testi di quello che è un disco destinato, quanto meno nelle intenzioni, a un pubblico di nicchia. Ma andiamo con ordine.

Primo singolo estratto e primo brano in scaletta, Death in Midsummer, una sorta di valzer in chiave rock, è stato diffuso lo scorso 30 ottobre assieme ad un videoclip ambientato in uno scenario da western. Il clavicembalo, suonato da Cate Le Bon, dialoga con il basso  di Josh McKay e la chitarra di  Lockett Pundt,  tessendo una trama sonora che pare voler spezzare le classiche  coordinate spazio temporali.  Come on down from that cloud/ And cast your fears aside/ You’re all here and there/  And there’s nothing inside / May God’s will be done / In these poisoned hills / And let the devil be cast out on his tail / Hey!/ There was a voice that called me /There was a light that burned me, canta Bradford.

Ma non è che un assaggio.  Secondo brano in ordine di programmazione, la bellissima No One’s Sleeping, traccia dedicata alla deputata inglese Jo Cox, assassinata nel giugno del 2016, nel corso della campagna elettorale refendaria a sostegno della parte contraria alla Brexit: basso,  chitarra e batteria dominano incontrastate, scandendo il ritmo vorticoso disegnato dalla melodia.  No one’s sleeping / Great unrest / In the country / There’s much duress / Violence has taken hold / Follow me / The golden void, recita, tristemente, la prima strofa della canzone. Dopo un breve intervallo solo strumentale assicurato da  Greenpoint Gothic, pezzo dalle nuance elettroniche che non avrebbe stonato nella Berlino di Bowie, Eno e Iggy Pop, è il momento di una delle sequenze più riuscite del disco ovvero il trittico composto da Element, What Happens to People e Détournement. 

Pezzi composti negli spazi aperti del deserto, sono, evidentemente, da questo contesto influenzati. La prima traccia, Element, secondo singolo dall’album, è una ballata scandita da basso e chitarra impreziosita da un testo dai toni apocalittici. The road was wide/  The road was silent canta Bradford.

La seconda, What Happens to People, ha toni a tratti sognanti e lascia trasparire il senso di spaesamento evocato dalle strofe intonate dall’introverso musicista I can’t remember Your face / It’s lost to me/ It’s lost to me / Now it’s ending / The wounds remain/ On the page /On the page. Ma l’episodio migliore è forse Détournement, pezzo sperimentale e bizzarro, dal ritmo ipnotico e dominato dalla voce di Cox resa metallica e deformata grazie alla sintesi vocale.

Dedicato a James Dean, che a Marfa, Texas girò il Gigante, Plains, terzo singolo estratto da Why Hasn’t Everything Disappeared, è un brano funky dal ritmo sincopato.

He was lifting diamond straight / Straight was cold, cold was black/  And black was glistening / All the night, the sound remained / Oh, James / You’ve got no reason to stay in these planes recita il ritornello.

Completano il set delle dieci canzoni che compongono l’album la bella Futurism con le sue venature seventies e Tarnung, episodio fra i più sperimentali e complessi del disco che si chiude nel migliore dei modi con la spiazzante e distopica Nocturne.

Un inizio 2019 spumeggiante, grazie a Bradford Cox e soci, che attendiamo quanto prima in versione live a Parigi.

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8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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