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(recensione): Lubomyr Melnyk – Fallen Trees (Erased Tapes, 2018)

Lubomyr Melnyk, giunto al giro di boa dei 70 anni, ha vissuto una vita affascinante e avventurosa prima di conquistare un meritato successo internazionale. Ucraino di nascita, è costretto ad emigrare con la famiglia in Canada per sfuggire alla dittatura sovietica. Da sempre attirato dal pianoforte classico, inizia, da giovanissimo, a prendere lezioni di musica che seguirà in parallelo al classico cursus universitario, completato con una laurea in filosofia e latino conseguita presso il St Paul’s College, a Winnipeg. Terminati gli studi arriva a Parigi, dove, per sbarcare il lunario, si troverà a suonare il piano in accompagnamento alle lezioni di danza tenute da una ancora sconosciuta Carolyn Carson. Lezioni che si riveleranno fondamentali: i movimenti continui e fluidi dei ballerini influenzeranno decisamente il suo modo di suonare che spezza le regole dell’armonia e della composizione classica, per dare vita a una trama sonora densa e continua, che pare volersi dispiegare indefinitimente. Continuous music: è questo il termine che definisce l’inconfondibile stile delle sue composizioni e che, naturalmente, si può applicare anche al suo più recente lavoro, Fallen Trees, pubblicato lo scorso 7 dicembre con la casa discografica Erased Tapes.

Stupore, malinconia e struggimento sono i sentimenti che ci accolgono ascoltando le otte tracce che compongono l’album. Il titolo, evocativo, fa riferimento a un lungo viaggio in Europa intrapreso qualche anno fa da Melnyk, durante il quale immagini di alberi caduti, spezzati dal vento o dalla tempesta hanno attirato il suo sguardo e ispirato la composizione della musica presente sul disco.

La voce cristallina della musicista giapponese Hatis Noit fa capolino nella prima traccia, Requiem for a Fallen Tree, conferendo alla trama delicata, intessuta dalle note del pianoforte di Melnyk, una venatura allo stesso tempo eterea e struggente. Il brano si estende per più di sette minuti, con un andamento in crescendo e passaggi spettrali e suggestivi.

Tocca gli otto minuti anche Barcarolle, il cui titolo rievoca la barcarola, ovvero il tipico componimento dei gondolieri veneziani divenuto famoso in ambito classico grazie a Chopin, Offenbach e Mendelssohn. La versione del musicista ucraino, pur conservando la struttura canonica, mostra in filigrana il tocco tipico del suo autore: passaggi fluidi e note che si susseguono senza pause evidenti creano un flusso che pare inarrestabile. “Il mio corpo si trasforma interamente quando suono” ha spiegato nel corso di una recente intervista Melnyk, “ed è questo che io sento. Le mie dita sentono come il vento del mondo; è come se stessi fisicamente trascendendo la dimensione terrena”, continua Lubomyr, descrivendo un percorso spirituale che evidentemente non riguarda più solamente la musica.

Cuore dell’album è la suite costituita dai cinque episodi che dà il titolo al lavoro. Fallen Trees: Preamble, Existence, Apparition, They Are Down, Not Forgotten. Le cinque tracce hanno un andamento variabile e passano dal tono elegiaco di Preamble, al ritmo complesso di Existence, per giungere ai toni cupi di Apparition, resi ancora più spettrali dalla voce della Noit in dialogo con quella dell’americano David Allred. Toni cupi amplificati dalle note struggenti assicurate dal violoncello di Anne Muller, in quello che è forse il brano più bello degli otto presenti sul disco.

They Are Down e Not Forgotten chiudono infine il lavoro, in un registro che si allontana decisamente dalle note più cupe, a sottolineare il messaggio ottimista e il sentimento di speranza che, malgrado le premesse, lo abita, in quella che in fondo appare una celebrazione maestosa della natura, vera e incontrastata protagonista.

Un disco decisamente riuscito che speriamo di poter apprezzare in concerto.
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8/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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