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(recensione): David Bowie – Let’s Dance (EMI, 1983)

Primo disco pubblicato da David Bowie con l’etichetta EMI, Let’s Dance, quindicesimo album in studio del musicista britannico, è anche uno dei più problematici da valutare, nel lungo e affascinante percorso del suo autore.

Let’s Dance arriva nell’aprile del 1983 e fa seguito alla celeberrima trilogia berlinese, costituita da Low (album pubblicato nel 1977), Heroes (del 1977) e Lodger (del 1979), nonchè a Scary Monsters and Super Creeps uscito nel 1980, ultimo disco prodotto dall’etichetta RCA. E’ l’album che, non solo vede il divorzio dalla storica casa discografica, ma anche dal produttore-amico Tony Visconti, da sempre al fianco del Duca Bianco, sostituiti per l’occasione, rispettivamente, dalla EMI Records e dall’ex Chic Nile Rodgers, al quale si devono certamente le sonorità dance che abitano tutte e otto le tracce in scaletta.

E’, tuttavia, tenute in debito conto queste premesse e nonostante le inevitabili critiche di cui vi parlero’ a breve, un album importante e fortunato: da un lato perchè si rivelerà il più grande successo commerciale di Bowie, con innumerevoli dischi d’oro e di platino guadagnati in tutto il mondo, d’altra parte perchè, anche grazie ai videoclip che accompagneranno i singoli estratti dal disco, diffusi senza soluzione di continuità dalla nascente MTV, David otterrà una fama planetaria tale da elevarlo una volta per tutte a star di primissima grandezza.

Ma andiamo con ordine. Il disco si apre nel migliore dei modi con la magnifica Modern Love, brano dal ritmo serratissimo e dalle venature soul e jazzate assicurate dal sassofono di Robert Aaron in dialogo con le chitarre di Nile Rodgers e Stevie Ray Vaughan, ad accompagnare la parte cantata, dal sapore gospel. Puts my trust in God and Man/ (God and Man) / No confessions! / (God and Man) /No religion /(God and Man) / Don’t believe / In Modern Love recita proprio il coro in coda al pezzo.

Se Modern Love apre con prepotenza il disco, non meno di successo si rivelerà la seconda traccia, una versione straordinaria di un brano del 1977 dell’amico Iggy Pop, ovvero la bellissima China Girl. Introdotta da un riff di chitarra orientaleggiante, il brano è un affascinante microcosmo che ci permette di avventurarci con sicurezza nell’universo disegnato dal disco: le nuove cadenze dance e pop sposate da Bowie si mescolano a sonorità soul e blues, in un mix in cui occidente e oriente si confondono, facendo crollare confini e barriere. Bello anche il videoclip che accompagna il brano, nel quale fa capolino un biondissimo David Bowie impegnato in una romantica avventura sentimentale con una misteriosa fanciulla cinese. Inutile dire che questa versione del pezzo oscurerà definitivamente l’originale di Iggy Pop, rivelandosi uno dei più ricordati successi di David.

Sarà straordinario anche il successo ottenuto dalla title track Let’s Dance, brano dalle sonorità blues accompagnato da un videoclip ambientato nel deserto australiano.

Delle otto tracce del disco vale sicuramente la pena di citare anche Cat People, canzone composta con Giorgio Moroder e pensata per la colonna sonora del film diretto da Paul Schrader, Il Bacio della Pantera, da cui il pezzo mutua le venature cupe e inquietanti sottolineate dalla bella voce baritonale di Bowie.

Ma nonostante siano meno noti, ricordiamo anche gli altri quattro brani che, pur non avendo il medesimo appeal dei singoli sopracitati e sebbene non siano pietre miliari della storia della musica restano dei pezzi di eccellente qualità e fattura.

A partire proprio da Without You con il suo andamento ipnotico assicurato dalle chitarre di Rae Vaughan e Rodgers e dalla voce di Bowie che si estende in un vasto range, dai toni baritonali al falsetto.

Non meno interessante Ricochet, brano insolito e difficilmente classificabile, anche e soprattutto nel contesto dell’album, pensato per un pubblico mainstream, ma che si fa ricordare per le sue variazioni di ritmo e per la sua trama elaborata e cadenzatissima.

Infine, chiudono l’album la magnifica Criminal World e Shake It.

Come abbiamo anticipato la critica ha un’opinione non unanime su quest’ album che, assieme ai due successivi lavori usciti negli anni 80 (Tonight e Never Let Me Down) , vede Bowie allontanarsi dai sentieri più sperimentali del decennio precedente per assurgere al ruolo di superstar votata a sonorità di più facile ricezione. Cio’ nonostante, a distanza di 36 anni dall’uscita di Let’s Dance, resta intatto il fascino di questo lavoro e più che mai attuali paiono i brani che lo compongono nei quali, crediamo, David sia riuscito a fare convivere ritmi popolari (nell’accezione migliore del termine) e sonorità più ricercate. Su tutto domina, incontrastata, la magnifica voce del Duca Bianco con il suo timbro inconfondibile.

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9/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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