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(recensione): Penelope Trappes – Penelope Two (Houndstooth, 2018)

Musicista australiana trasferitasi a Londra dopo una prima breve esperienza condivisa con un gruppo indie di Brisbane e una successiva tappa formativa a New York, durante la quale ha potuto porre le basi per il duo The Golden Filter, entrambe le circonstanze rivelatesi poi necessarie per porre le basi del sound sperimentale al quale oggi si è decisamente votata, Penelope Trappes è giunta, negli ultimi mesi del 2018, a un secondo insolito e intessante lavoro. E’ apparso infatti a fine ottobre Penelope Two, album complesso e indefinibile, abitato da sonorità cupe e ipnotiche, secondo capitolo della doppia avventura musicale di Penelope, iniziata nel 2017 con Penelope One, disco uscito con l’etichetta Optimo Music.

L’universo descritto da Penelope è misterioso e affascinante e pensato interamente in penombra. E’ la stessa autrice a definirne i contorni e a parlare del fil rouge che attraversa tutte e dieci le tracce presenti sul disco. Chitarre, sintetizzatori e tastiere dialogano incessantemente grazie a riverberi e distorsioni, tessendo trame sonore che non stonerebbero in un incubo lynchiano.

A partire proprio da Silence, primo pezzo dell’album , con la sua atmosfera rarefatta, a metà strada fra mantra e canto meditativo.

Non si discostano molto da queste nuances gli altri nove brani presenti sul disco, nei quali suoni rubati alla natura circostante si mescolano, senza soluzione di continuità a quelli prodotti da strumenti musicali acustici ed elettronici, costruendo armonie eteree e rarefatte, sullo sfondo delle quali emerge, cristallina, la voce di Penelope.

Ne sono un esempio perfetto Carry Me, pista dominata dalla voce della musicista australiana, scandita da una cadenza a tratti ossesiva o Kismet, brano che pare ambientato in una foresta incantata.

Le dieci canzoni sono state diffuse a fine ottobre con l’accompagnamento di un lungo video pensato come supporto alla musica. Un mini-film essenzialmente in bianco e nero nel quale Penelope si muove in perfetta osmosi con una natura allo stesso tempo selvaggia e arida, cupa e rigogliosa, dagli accenti gotici e nella quale sacro e profano coabitano in perfetto equilibrio.

Ecco quindi alternarsi un mare in burrasca, il deserto, la foresta, ma accanto a questi elementi naturali anche una chiesa abbandonata, come fossimo in presenza di in una perenne ricerca di spiritualità e di un anelito di divino.

In un certo senso proprio questo pare essere il concept alla base del disco: una perfetta fusione di arte e natura, di umano e divino, di suoni naturali e altri artificiali, concepiti dall’uomo, in una quasi totale reciprocità.

Un lavoro decisamente inusuale e interessante, il cui unico limite pare una certa ripetitività che tuttavia non ci impedisce di scorgere il potenziale della sua autrice.

Per una migliore fruzione delle dieci tracce, nella loro interezza, consiglio di ascoltare in un primo tempo il disco senza supporto visivo e soltanto poi di guardare il minifilm che lo accompagna. In questo modo se ne potranno apprezzare al meglio le infinite sfumature.

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7,2/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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