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(recensione): Jeff Tweedy – WARM (dBpm, 2018)

tweedy warm

E’ un musicista dal tocco magico, Jeff Tweedy, voce e chitarra di band passate alla storia della musica come gli Uncle Tupelo e i Wilco, gruppo del quale ci limitiamo ad evocare, in maniera non esaustiva, la collaborazione con Billy Bragg. Una lunga carriera con le band “madri” non ha arrestato in alcun modo la creatività di Jeff che ha preso parte a una miriade di progetti collaterali, approdando, infine anche a una carriera solista.

A un primo album dal titolo Together At Last pubblicato lo scorso anno, fa seguito un secondo lavoro, che vede la luce in questi giorni. WARM , disco che si compone di undici tracce, per una durata di una quarantina di minuti scarsi, come tutta la produzione del suo autore, è fortemente marcato dalle sonorità che caratterizzano l’opera dei Wilco: ovvero, un vorticoso mélange di country sperimentale, psichedelia, musica elettronica e alternative rock. Il tutto è retto in un sapiente equilibrio, tale da impedire a un singolo ingrediente di prevalere sull’altro.

WARM, come dicevamo, si inserisce in questo solco e declina brano dopo brano un po’ tutti i tratti distintivi del sound caro a Tweedy: cosa che potrebbe essere un limite se il musicista americano non padroneggiasse la materia con tanta perizia.

Ma veniamo ai brani dell’album.

E’ Bombs Above la traccia che apre il disco, di cui ne è anche uno degli episodi più intensi e sinceri. A man so drunk he could hardly stand / Told me once holding my hand / Suffering is the same for everyone / He was right but I was wrong to agree, canta Jeff rievocando onestamente la confessione di un amico con il quale ha condiviso la permanenza in rehab.

Non meno personale e intimo il testo di Some Birds seconda traccia dell’album. I break bricks with my heart / Only a fool would call it art , afferma malinconicamente Jeff, in una folgorante disamina dell’atto creativo e del valore da assegnare effettivamente alla musica.

Ma gli episodi eccellenti si susseguono uno all’altro e i migliori paiono proprio concentrarsi nella seconda metà del disco, là dove anche le trame sonore si arricchiscono di sfumature originali e inaspettate, variando cadenze e ritmo. Cosi’ ecco che, dopo una serie di brani che si inseriscono con decisione nel filone più prossimo all’alternative country, i tre brani che chiudono l’album si scostano da questo percorso e ci offrono sonorità noisy e psichedeliche sottolineate da chitarra e batteria. Bellissima, The Red Brick si apre proprio con un magnifico riff di chitarra ascustica.

Warm (When The Sun Has Died), il brano che segue, è una sorta di risposta. Un insolito dialogo fra chitarra acustica, elettronica e pedal steel, sullo sfondo del quale si staglia la voce di Jeff che recita: I don’t believe in Heaven/ I keep some heat inside / Like a red brick in the summer/ Warm when the sun has died.

Chiude il disco una bella How Will I find You, brano dominato dalle percussioni assicurate dal Wilco Glenn Kotche, oltre che dal figlio Spencer, che già aveva collaborato con il padre nel progetto semplicemente denominato Tweedy. Un pezzo dalle cadenze ipnotiche e sognanti che chiude splendidamente un album nel complesso eccellente.

Fra gli altri episodi ragguardevoli, segnalo Don’t Forget, con il suo bel testo, commovente dichiarazione di affetto al figlio: Don’t forget / Don’t forget you got a key / Yeah, a cosmic key / Oh, I love you so much / Don’t forget.

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8,2/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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