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(recensione): Ty Segall – Fudge Sandwich (In The Red Records, 2018)

Musicista prolifico e instancabile, Ty Segall, cantautore californiano, pare non essersi fermato un istante in questo 2018. Dopo un primo album solista dal titolo Freedom’s Goblin, apparso in gennaio, è stato il turno della collaborazione con Tim Presley alias White Fence, culminata con la pubblicazione di Joy, lo scorso mese di luglio. Infine in agosto è stata la volta del progetto GØGGS, ultima avventura in ordine di tempo di Ty.

Il secondo album solista dell’anno è giunto invece qualche giorno fa: Fudge Sandwich, questo il titolo, è un album di cover di brani più o meno noti risalenti all’epoca d’oro del rock, ovvero i mitici e sempre un po’ vagheggiati anni ’60 e ’70. Ma Ty è un musicista eclettico ed imprevedile e le undici tracce che compongono il disco non sono solo riprese e banalmente riproposte tali e quali alla versione originale, ma presentate in una veste totalmente nuova e personale.

Segall è un cantautore che, da sempre, si muove in una zona ibrida, all’intersezione fra il garage rock, il rock psichedelico e il post punk. Sono quindi queste le sonorità che ritroviamo principalmente anche nei pezzi presenti in Fudge Sandwich.

E’ una versione irriconoscibile di Low Ride dei War la traccia che apre il disco.

Depurata delle venature funky e delle sonorità brillanti che caratterizzavano l’originale, il brano è qui proposto in un arrangiamento che gli conferisce nuances cupe e ipnotiche, dovute in larga parte al ritmo rallentato e al suono metallico dei sintetizzatori, in primissimo piano.

Cadenze punk e garage rock stravolgono, in modo diametralmente opposto, il classico di Neil Young, The Loner, che assume in questo contesto un ritmo velocissimo sublimato da folgoranti riff di chitarra distorta. Stesso destino anche per St Stephen dei Grateful Dead e per Hit It and Quit It dei Funkadelic, tracce che, nella versione di Segall, sono impreziosite da sonorità marcatamente noisy.

Differenti e personali, sebbene un poco più fedeli all’originale, quanto meno nella struttura di base, le cover dei brani di John Lennon, Isolation e la magnifica I’m a Man dei Spencer Davis Group che viene qui riportata all’antico splendore e puo’ certamente essere considarata l’episodio migliore del disco. Come un po’ in tutte le tracce, da segnalare, anche in quest’occasione, gli straordinari riff di chitarra che chiudono egregiamente il brano.

Non meno riuscita la versione di Isolation che, pur conservando il ritmo originale, risulta comunque velocizzata e arricchita da un tappeto di chitarre elettroniche e sonorità noise.

Altri classici rivisitati da Segall per Fudge Sandwich, Class War, brano dei Dils, Archangel Thunderbird di Amon Duul e Slowboat degli Sparks, brano che chiude il disco.

Nel complesso un lavoro estremamente interessante e piacevole che ci dà una ennesima conferma dell’eclettismo di Segall e della sua capacità di passare da un registro all’altro con grande naturalezza.
8,2/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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