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(recensione): Robyn -Honey (Konichiwa Records – Universal, 2018)

Robyn - Honey

Stella indiscussa dell’universo pop, la svedese Robyn (al secolo Robin Miriam Carlsson) puo’ vantare una carriera più che ventennale. Risale infatti al lontano 1995 il suo fortunato debutto, avvenuto con l’album  dal titolo profetico Robyn Is Here. Lavoro che conteneva tracce divenute successi su scala internazionale come Do You Know (What It Takes) e Show Me Love. La carriera di Robyn è da allora proseguita in crescendo, con tanto di riconoscimenti da parte di critica e pubblico, nonostante le pause più meno lunghe intercorse fra un disco e l’altro. Una miriade di EP e un altro album di grande successo, intitolato semplicemente Robyn, pubblicato nel 2005, ci conducono fino ai nostri giorni. Risale a fine ottobre la pubblicazione di Honey, ottavo album della musicista svedese. Lavoro dal sapore dolceamaro, Honey nasce dalle ceneri di una serie di eventi drammatici occorsi alla Carlsson, come la tragica morte di Christian Falk suo grande amico oltre che partner musicale e una dolorosa rottura sentimentale.

L’album, realizzato con la collaborazione di Joseph Mount dei Metronomy, oltre che di Klas Åhlund, Mr. Tophat e Zhala, con i suoi nove titoli in scaletta, vuole essere, a suo modo una risposta positiva a tanto dolore e certamente centra l’obiettivo: mantenendosi nel solco di quanto prodotto in passato, Robyn riprende e declina le più classiche sonorità pop arricchendole di venature decisamente dance e impreziosendole con testi dal sapore autobiografico.

A partire proprio dalla traccia che apre il disco, una struggente Missing U, primo singolo estratto, nel quale la svedese canta il tormento di un amore finito sullo sfondo di un melodia elettropop dominata dal suono dei sintetizzatori.

Uno degli episodi più interessanti dell’album e anche una delle tracce meno scontate è il secondo brano, ovvero una intensa Human Being. I’m a human being / And so are you / My heart can’t stop beating / Don’t know what to do, canta Robyn, e il classico intreccio pop è sublimato da un ritmo martellante reso anche più intenso dalla presenza di Zhala, a fare il controcanto.

Altra traccia interessante e non scontata, Beach 2k20, brano scritto a Ibiza assieme a Rudolf Nordström, ovvero Mr. Tophat, si allontana dalle più classiche cadenze pop grazie a un intreccio a metà tra techno e discomusic che vede movenze latine mescolarsi a sonorità elettroniche in un pezzo pensato certamente per la pista da ballo.

Ovviamente la parte del leone spetta alla titletrack, Honey, brano dal testo sensuale e allo stesso tempo assertivo che tuttavia, musicalmente risulta a tratti scontato se non banale.

Più in generale ci pare proprio questo il vero problema di questa nuova prova di Robyn.  Se, da un lato,  la musicista svedese conferma di conoscere a menadito la ricetta segreta per scrivere un album pop di sicuro successo, dall’altro pare non volersi allontanare da un sentiero conosciuto e già percorso un’infinità di volte. L’esito è una serie di canzoni già sentite e mandate a memoria, prive dell’originalità che aveva saputo mostrare in passato.

Un lavoro, quindi, riuscito solo a metà che si allontana di poco dalla semplice sufficienza.

6,2/10

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For every evil under the sun, there is a remedy, or there is none, If there be one, try and find it, If there be none, never mind it.

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